Esco con Davide. Andiamo a fare la spesa. Niente supermercato, oggi: ci avviamo verso qualcuno dei negozietti che abbondano nelle vicinanze di casa nostra. Siamo molto contenti di potere fare quattro passi a piedi, finalmente senza la schiavitù dell’automobile che sì, sarà pur comoda, ma vuoi mettere il piacere di godersi questo sole, quest’aria tiepida, le violette che cominciano a sbocciare in ogni spiazzetto di terra, gli uccelli che…
Una Matiz suona il clacson alle mie spalle. Mi fermo. All’interno, un signore che non distinguo bene attraverso i vetri polverosi. Lui parla, si sbraccia, e io non capisco un tubo. Finalmente si impietosisce e tira giù il finestrino. Allora lo riconosco.
E’ il padrone del mio garage. Una brava persona, ultrasettantacinquenne, che completa degnamente il panorama già di per sé venerando del mio condominio.
Non faccio a tempo a dirgli che mi farò vivo al più presto per pagare la rata semestrale dell’affitto, che lui mi trascina in una delle mezz’ore più surreali che un personaggio del mio condominio mi abbia mai regalato. Infatti, in uno spazio di tempo in fondo esiguo lui riesce a:
1. raccontarmi di una telefonata in cui un tizio gli chiedeva se poteva venire a pagare l’affitto del garage, e lui pensando che fossi io rispondeva è ancora presto, e l’altro insisteva che no, voleva pagare, e chiedeva quanto, e lui pensava ma come quanto, lo sa benissimo quanto deve pagare, come l’altro semestre, e glielo diceva, ma l’altro ancora insisteva che non lo sapeva, e alla fine lui capiva che l’altro non ero io ma un tizio che aveva sbagliato numero e che doveva davvero pagare l’affitto ma a un’altra persona che non era lui;
2. chiedermi se per favore gli potevo parcheggiare la Matiz, perché lui ha qualche problema a far manovra negli spazi ridotti e ha paura di rigarla. Ma come, dico, e se gliela rigo io? Impossibile, mi risponde: se lei riesce a infilare la sua Marea in quel buco del mio garage, vedrà che non avrà problemi a parcheggiare la Matiz. La sua logica mi conquista: Davide, bimbo avveduto, seguendo il monito paterno rimane vicino alla fontanella che, su un lato del parcheggio, ha monopolizzato fin dall’inizio la sua attenzione. Parcheggio la macchina senza rigarla, ma rendendomi colpevole di abbandono temporaneo di minore. Scendo. Gli restituisco le chiavi. Ma commetto l’errore di dirgli: - Bella macchina, è nuova? - L’errore mi è fatale. Infatti il brav’uomo non perde l’occasione di
3. consigliarmi caldamente il concessionario che gli ha venduto l’auto, usata, e spiegarmi che suo figlio era quasi riuscito a fondere il motore, pensa te, aveva la lancetta della temperatura dell’acqua praticamente sul rosso, ma lui no, mica si è fermato, è dovuto arrivare dal meccanico, e a momenti fondeva, che il meccanico gliel’ha detto che se fondeva mica poteva fargli la riparazione in garanzia, ma siccome si era rotta la pompa dell’acqua la garanzia allora sì lo copriva, e gli hanno cambiato la pompa a gratis, ma siccome si era bruciato qualcosa anche nel motore gli avevano cambiato anche quello, ma sempre a gratis, perché quel meccanico lì del concessionario è veramente una persona onesta.
Ho le orecchie fuse e si è fatto tardi. Riesco a divincolarmi farfugliando saluti e giustificazioni. Chiamo Davide, ormai dimentico del mondo e perdutamente innamorato della sua fontanella. Lui si riscuote e viene. Mi dà la mano e mi chiede:
- Allora papà, andiamo?
- Sì -, gli rispondo. – Però prendiamo la macchina.