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VIVE LA DIFFERENCE!

posted Friday, 8 April 2005

Donne, donne e ancora donne. Naudhiz mi ha preceduto, ma in questi giorni sui giornali è tutto un susseguirsi di notizie interessanti e meritevoli di attenzione sulla diuturna questione della pari dignità e della uguaglianza dei diritti di uomini e donne.

Se su Zia Rebecca AmicaN ripropone la possibilità di riservare una quota minima alla componente femminile nelle rappresentanze parlamentari, tiene banco in questi giorni la notizia relativa alla legge norvegese che prevede che il 40% dei posti nei consigli d’amministrazione siano riservati alle donne, pena (almeno sulla carta) la messa in liquidazione dell’azienda. Un mondo lontano anni luce dalla situazione delle imprese italiane, in cui le donne rappresentano, secondo il Corriere del 7 aprile, un misero 3,5% del totale dei consiglieri. E di donne e democrazia si è fatto un gran parlare nelle scorse settimane in relazione al Libano, quando la presenza delle cosiddette hot chicks alle manifestazioni antisiriane sembrava preludere ad una svolta epocale, almeno per quanto riguarda l’immagine della donna islamica. L’ultimo numero del Corriere Magazine batte sullo stesso tasto, presentando un servizio - Com’è bella la musulmana quando è libera - in cui (con eccesso di ottimismo) alcuni casi, ahimé isolati, di emancipazione femminile nel mondo islamico vengono esaltati come segno di un possibile inizio di una nuova epoca per le donne di quei paesi.

Ma di conserva – e il segnale è ben più inquietante - si scopre che nella avanzatissima Svezia sta emergendo dall’omertà un verminaio sommerso, riguardante le violenze domestiche. E qui casca l’asino: perché hai voglia a garantire il posto di lavoro, la rappresentanza politica adeguata e la quota minima in consiglio d’amministrazione; ma se siamo ancora al punto che il marito ti gonfia come una zampogna, tu provi a denunciare il fatto e la direzione della rete televisiva per cui lavori ti licenzia – e questo non in Iran o nell’arretratissima Italia, ma in Svezia! – il problema non è più politico o giuridico, ma innanzitutto culturale.

E allora, per quel che conta, provo a fare una proposta folle.

Il livello di emancipazione femminile è un buon indicatore dello sviluppo sociale ed economico di un paese. Questo perché lo sviluppo economico e sociale passa attraverso fasi e cambiamenti che investono i ruoli e le funzioni tradizionalmente affidate ai generi, provocando un mutamento che nel corso della storia del mondo occidentale è sempre stato nel segno di un lento ma costante aumento della partecipazione delle donne ai processi decisionali e ai posti-chiave delle più importanti sedi economiche e istituzionali. Ma alla base di questo lento cambiamento sta il processo di acculturazione. E’ un ritornello cantato fino allo sfinimento persino dai missionari: il migliore investimento finalizzato allo sviluppo economico e sociale del terzo mondo consiste nel mandare a scuola le bambine. Una donna istruita è una donna consapevole di sé e della propria dignità; farà meno figli, li alleverà e li educherà meglio e sarà più facilmente in grado di partecipare in prima persona alla crescita anche economica della società cui appartiene.

Nelle società occidentali abbiamo ormai da tempo (non da secoli…) raggiunto un livello di effettiva parità nell’accesso ai gradi più alti dell’istruzione. Anzi, negli ultimi tempi si è messa in luce una maggiore capacità delle donne (mediamente, s’intende) di ottimizzare tempi e risorse, giungendo prima dei colleghi maschi, e con migliori votazioni, al diploma e alla laurea.

Ora, se in un paese come l’Iraq, in cui la donna sta uscendo solo ora da una situazione di emarginazione e subordinazione secolare, una Costituzione che garantisca alle donne un 25% minimo di rappresentanti al parlamento ha una sua ragion d’essere (pena la probabile assenza di donne nell’assemblea legislativa), in Europa dovrebbero sussistere di fatto le condizioni per cui la rappresentanza dei generi negli organi decisionali si stabilizzi grosso modo automaticamente sul fifty-fifty. Ma ciò non accade. Perché?

Perché la donna è di fatto sfavorita dalla omogeneizzazione dei percorsi formativi. Se quarant’anni fa l’eliminazione della distinzione tra classi maschili e classi femminili è stato un indubbio progresso, anche nel senso dell’emancipazione femminile (ricordiamo come esistessero di fatto, almeno per alcune materie, percorsi educativi differenziati per maschietti e femminucce, come ad esempio in Applicazioni Tecniche o in Educazione fisica), oggi la convivenza di bimbi e bimbe, ragazzi e ragazze, giovanotti e giovanette all’interno delle stesse classi si è progressivamente trasformata in un danno crescente per la componente femminile. Nella scuola italiana, ma oserei dire europea se non occidentale tout court, la preminenza è da tempo data ad un falso egualitarismo che nei fatti finisce per omologare livelli e capacità, in genere tendendo al basso. E se si riflette che, perlomeno fino ai sedici-diciassette anni, la componente femminile mostra un livello ed una velocità di maturazione ben diversa rispetto alla componente maschile, nonché superiori capacità di concentrazione e sistematicità nel lavoro, accompagnate da un sano senso di competizione teso a sfruttare al massimo lo scambio reciproco di conoscenze (tutte cose che credo qualsiasi insegnante sia in grado di confermare, almeno nella media dei casi, come già detto), non si fa fatica a capire che le prime vittime di un sistema d’istruzione incapace di valorizzare le peculiarità individuali sono proprio le ragazze, costrette letteralmente a demotivarsi e a ottundersi col passar del tempo, in una misura direttamente proporzionale agli anni di studio.

Classi separate di maschi e femmine, fino al termine della scuola superiore. Ne deriverebbe, per le ragazze, un più elevato livello di istruzione che le renderebbe, negli anni immediatamente successivi, decisamente più competitive dei coetanei sia nella ricerca di un lavoro sia nella prosecuzione degli studi a livello universitario. Le ragazze sarebbero favorite in modo eccezionale nel caso di una precoce scelta lavorativa, e decisamente avvantaggiate in sede di studi accademici. Il gap sarebbe difficilmente colmabile dai maschietti, al punto che credo verrebbe conservato anche al momento delle scelte post-laurea. Il “prodotto finito” femminile sarebbe allora con tutta probabilità ben più appetibile, ad ogni livello di prestazione lavorativa, rispetto al “prodotto finito” maschile. E non faccio fatica a pensare che sarebbero ben presto parecchie le donne presenti nei consigli d’amministrazione e nei posti-chiave del potere politico ed economico: perché la maggiore competenza e le migliori capacità avrebbero quasi per necessità la meglio su tutte le becere sopravvivenze di modi di pensare arcaici o squallidamente utilitaristici (la donna va in maternità, è vero; ma se le sue capacità sono superiori a quelle dei candidati maschi, io imprenditore la assumo lo stesso).

Se i maschietti, afferrata - com’è auspicabile - la situazione, si rendono conto di doversi impegnare con la realtà in modo ben più consapevole e convinto di quanto non siano solitamente abituati a fare, presentandosi nel modo più possibile competitivo all’appuntamento con le scelte lavorative, si sarà innescato un circuito virtuoso capace di valorizzare al massimo le capacità femminili senza penalizzare la componente maschile, ma semplicemente riequilibrando i vantaggi.

Last but not least, nel sistema d’istruzione sarebbe ora che facesse il suo ingresso la cultura di genere, nell’insegnamento di storia, di lettere, di filosofia o dove che sia; purché cominci ad affacciarsi l’idea che una specificità ed una genialità del genere femminile esiste ed è esistita, e si cominciasse in questo modo a tematizzare il problema dell’educazione al rispetto ed alla reciproca valorizzazione della differenza di genere, senza delegarla in modo esclusivo al modello culturale dominante, all’educazione familiare o nella peggiore delle ipotesi all’aria che tira. Salvo poi stupirsi che nella ricca Svezia, con legislazione avanzata e percentuali di rappresentanza garantite, le donne vengano malmenate – pare – da decenni e che questo venga tuttora considerato private matter.

[R]una; Zia Rebecca; Corriere della Sera; Corriere Magazine

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