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IL RECENSIVENDOLO. DIECI (POSSIBILI) RAGIONI DELLA TRISTEZZA DEL PENSIERO

posted Sunday, 16 December 2007
copertina libro Stirner1. Il pensiero sembra privo di limiti; tuttavia ci sono domande che il pensiero si pone ma cui non è in grado di trovare risposta. Aporia: nel pensiero coesiste limitatezza e illimitatezza, un'illimitatezza perlomeno potenziale ed estensiva, ma una limitatezza intensiva. Da qui, "pesantezza dell'animo".
2. Non abbiamo controllo sul nostro stesso pensiero: esso è ondivago, e raramente si concentra su un unico obiettivo. Ciò, probabilmente, a salvaguardia delle nostre stesse facoltà mentali. Fatto sta che il più delle volte il nostro pensiero è ordinario e banale. Da qui, una "melanconia indistruttibile".
3. Pensare è ciò che vi è di più proprio e privato, ma nello stesso tempo è ciò che vi è di più comune: tutti si pensa; di più: tutti si pensa le stesse cose! Un pensiero autenticamente, letteralmente originale è rarissimo. Da qui, la "tristezza connessa".
4. Nel pensiero è un'ulteriore antinomia: esso persegue una ricerca disinteressata della verità, ma opera sempre inevitabilmente una messa in prospettiva, un'effettiva relativizzazione. Il rapporto col linguaggio è inevitabile per il pensiero, ma è un rapporto da cui il pensiero è vincolato e limitato. Da qui, tristezza e tristezza.
5. Si spreca, il pensiero. E ciò che si pensa trapassa costantemente nell'oblio. Ma ogni tentativo di "razionalizzare" l'uso del pensiero, di "incanalarlo" per evitarne la dispersione si traduce in odioso totalitarismo. Da qui, la coscienza di un "fondamento oscuro".
6. Tra pensiero e azione vi è sempre incongruenza, fra l'aspettativa pensata e la sua realizzazione c'è sempre stacco. Tutte le nostre speranze vanno deluse. Da qui, tristezza e ancora tristezza.
7. Il pensiero coglie sì il mondo, ma in modo strutturalmente limitato e inadeguato. Il mondo non è "trasparente" al pensiero. Empiristi o idealisti, poco importa: tra pensiero e mondo c'è come una barriera, appena scalfita dalle metafore dei poeti. Da qui, il "velo di pesantezza dell'animo".
8. I nostri pensieri sono del tutto privati e impenetrabili: ci rendono estranei gli uni agli altri. Persino l'amore non riesce a svelare il pensiero dell'amato, che paradossalmente si manifesta con maggiore chiarezza nell'odio, nello scatto d'ira, o nel riso. Da qui, ancora, tristezza.
9. C'è pensiero e pensiero: c'è il "grande"pensiero, il pensiero "profondo", e il pensiero triviale, superficiale. Eppure è sempre pensiero. E come proteggere, come coltivare il grande pensiero, il pensiero che pochi sono in grado di esercitare, in una società e in una cultura di massa che pretenderebbe di giudicare anche la capacità di pensare in termini "democratici"? No, il grande pensiero non si concilia con gli ideali di giustizia sociale e di equa distribuzione... Da qui, malinconia.
10. Il pensiero dell'essere, della morte e di Dio probabilmente ci definisce in quanto esseri umani: siamo uomini perché pensiamo intorno all'essere, alla morte e a Dio. Ma rispetto a Parmenide o a Platone non ci siamo avvicinati di un centimetro ad una soluzione incontrovertibile di questi enigmi. Non siamo più avanti di quanto già non fosse Sofocle, che nell'Antigone constatava tristemente come l'uomo si esalti nel pensiero, ma come il pensiero lo lasci tuttavia estraneo a sé e all'enormità del mondo. Da qui, tristezza al decuplo.

Dieci ragioni della tristezza del pensiero. Dieci occasioni di riflessione. Dieci motivi per leggere questo libretto.

P.S. Quel che è più interessante dal punto di vista teoretico, è sottaciuto. L'intero testo è infatti un paradosso: a riflettere sulla tristezza del pensiero, sulle sue aporie e limitatezze, è il pensiero stesso. Strano strumento, dotato della straordinaria capacità autoreferenziale di riflettere sul proprio uso e sulla propria natura. Come, per capirci, se un martello potesse automartellarsi, un orecchio ascoltarsi, o un aereo volarsi. Niente che la Critica della Ragion Pura non abbia già messo in luce con somma chiarezza. Ma Stirner non vi fa che un rapidissimo cenno, come se ciò risultasse del tutto indifferente al tema della tristezza del pensiero. Eppure anche Kant, proprio nel mettere in luce antinomie e paralogismi del pensiero, aveva provato una tristezza così reale, e non del tutto implicita, da essere spinto a tentare un'altra via, non teoretica ma pratica, per attingere gli oggetti che la ricerca del pensiero puro lasciava velati. Il tema della tristezza del pensiero è forse qualcosa di più di un'occasione di riflessione morale sul tema dei limiti del pensare umano e delle pretese razionalistiche e scientiste; forse contiene in sé, in modi e dimensioni ancora non indagati, gli indizi per comprendere l'effettiva natura e funzione di quella dote che continuiamo a definire come tipica dell'essere umano, ma che pure ci resta ignota, finendo così per estendere l'ombra del mistero e dell'ignoranza sulla nostra stessa identità di uomini pensanti.

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