[Ancora a prendere Davide a scuola. E ancora Condor, ancora Luca Sofri. Facciamoci del male. Ma oggi la cosa mi risulta interessante, anche se forse solo per deformazione professionale. Ospite in studio è Cristina Giudici, giornalista, autrice de L’Italia di Allah, un viaggio nella comunità dei musulmani italiani]
Sofri: al termine del tuo viaggio-inchiesta pensi di aver capito qualcosa della loro identità, di chi siano i musulmani italiani?
Sì, credo di sì, risponde la Giudici.
Allora, esiste questo clima di scontro di civiltà di cui parla Ferrara?
Direi di no. Uno scontro c’è, ma non con noi, con la nostra “civiltà”, per il semplice motivo che non ci vedono neanche. Noi per loro siamo trasparenti, esistiamo solo in funzione delle relazioni, perlopiù strumentali, che abbiamo con loro. In realtà l’unico scontro esistente è tra di loro, tra due diverse interpretazioni dell’essere islamici, tra chi è buon musulmano e chi non lo è.
Ah. E la distinzione tra le due interpretazioni quale sarebbe?
Beh, la distinzione è tra chi è musulmano convinto, tra chi vive l’islam in modo integrale e chi si sta occidentalizzando, chi annacqua l’islam.
…dove il buon musulmano è…
…Naturalmente quello che vive l’islam integralmente, chi non si occidentalizza. Ecco, quell’islamico moderato di cui noi andiamo tanto in cerca, la comunità islamica non lo apprezza affatto, anzi lo considera in modo decisamente negativo.
… Pausa musicale.
[Si riprende] Da quanto mi stavi dicendo - e leggo qua sul tuo libro - l’atteggiamento di fondo della comunità islamica conferma i nostri timori, ma nello stesso tempo queste paure le dissipa. Perché, da un lato, questi musulmani non vogliono lasciarsi integrare nel modo di vita occidentale e vedono ogni tentativo di integrazione come una violenza alla loro cultura e identità, e questo ci fa paura; d’altro lato, però, il loro desiderio principale è quello di tornare ai paesi d’origine. Perciò non è realistico l’allarme lanciato da chi vorrebbe l’islam teso alla conquista dell’occidente o i musulmani destinati a rubare i nostri posi di lavoro.
Sì, è vero, ma solo in teoria. Perché a coltivare il sogno, il desiderio, di tornare in patria sono gli emigrati di prima generazione, che sono venuti qui per fare soldi e tornare a casa. Ma in realtà i soldi non li hanno fatti e a casa non tornano. La comunità tunisina di Mazara del Vallo, che ho conosciuto da vicino, continua a coltivare questo sogno di ritorno a casa; in realtà sono lì da trent’anni e non se ne andranno mai. La seconda generazione vive poi in una situazione di lacerazione: nati in Italia, si sentono in qualche modo italiani, a scuola parlano l’italiano, spesso male e con difficoltà, a casa devono parlare l’arabo, i loro modelli culturali sono quelli dei coetanei occidentali ma la comunità d’appartenenza coltiva il sogno del ritorno e della conservazione delle radici nella loro purezza… una situazione di sradicamento più grave e pericolosa di quella dei loro genitori, sradicati anch’essi ma con un’identità precisa.
La tua identità di occidentale e di donna ti ha mai creato problemi nel contatto con loro?
No, tranne in pochissimi casi in cui la mia presenza veniva vista come una minaccia, temendo che con le mie interviste volessi far passare un’immagine aggressiva della loro comunità. Per il resto, mai avuto problemi. Ma il fatto è che più che l’essere donna veniva percepita la mia identità di giornalista, quindi di persona potente ai loro occhi - soprattutto nella situazione di shock culturale del dopo 11/9 - e di “padrona di casa”, in quanto italiana.
Hai trovato che le diverse identità nazionali abbiano influito sul modo in cui venivi accolta e in genere abbiano qualche effetto sul rapporto che queste comunità hanno con l’integralismo?
Sì, in genere a mostrarsi più conservatori e chiusi sono gli emigrati provenienti dai Paesi cosiddetti moderati e più aperti all’incontro con l’occidente. Ad esempio i marocchini. In Marocco il governo e il re stanno portando avanti una coraggiosa politica di riforme e di modernizzazione del Paese, eppure la comunità marocchina – la più numerosa comunità islamica in Italia – è senz’altro quella più refrattaria all’integrazione e quella che si connota per le posizioni più vicine al fondamentalismo.