
David Irving (qui la sua homepage, ma per farsi un’idea più precisa del tipo conviene farsi un giro sulla pagina cache a questo indirizzo) è stato arrestato in Austria.
Oggi pomeriggio, su RadioUno, breve intervista telefonica ad Amos Luzzatto e Nicola Tranfaglia.
Domanda: è lecito che uno storico venga processato per un reato d’opinione? Risposta di Luzzatto: quello di Irving non è un reato d’opinione. Irving è un attivista, e la pericolosità della sua posizione sta nel tentativo di ridare dignità e restituire verginità ad una dottrina politica responsabile di una quantità di delitti unica nella storia.
Tranfaglia non è d’accordo con Luzzatto. Ritiene che quello di Irving sia un reato d’opinione e non concorda sulle modalità dell’eventuale condanna. Irving rischia fino a dieci anni di carcere (pena prevista in Austria per il reato di apologia del partito nazista), ma la forma più adeguata di sanzione sarebbe quella amministrativa: trattandosi di uno storico isolato e sempre alla ricerca di fondi, nonché già colpito da altre condanne pecuniarie, un’ulteriore fortissima multa lo costringerebbe a porre comunque un freno alle sue attività propagandistiche.
Luzzatto e Tranfaglia si augurano infine una mobilitazione dell’opinione pubblica che miri a discreditare in modo definitivo il lavoro di Irving, mettendo in guardia contro ogni altro tentativo simile. Fine dell’intervista.
Guido. Sto andando a prendere Davide a scuola, e ad ogni semaforo rosso scrivo qualche appunto sul retro di un biglietto d’ingresso alla Chiesa della Spina (Pisa). Tutto fa brodo. Parcheggio, aspetto, rileggo. Il problema rimane.
Fatta salva la particolare legislazione austriaca (di un paese cioè che ha subito l’Anschluss e che nei pressi di Linz ha visto sorgere Mauthausen), l’enormità dell’orrore inimmaginabile dell’Olocausto e il fatto che io Irving lo vedrei bene in prigione, sì, ma ad Auschwitz - questo signore è pur sempre uno storico, non un politico o un agit-prop. Scrivere libri di storia distorcendo documenti e negando fatti è e resta un reato d’opinione. E da parte di una democrazia, perseguire penalmente un reato d’opinione, è come minimo un segno di debolezza.
Non riesco così su due piedi ad argomentare solidamente la mia posizione: ma credo che sarebbe meglio rinunciare ad un po’ di ipocrisia e ammettere che in certi casi un’opinione non è solo un’opinione, ma qualcosa di assimilabile alle lesioni volontarie gravi. E come tale, perseguibile penalmente.
Inutile dire che il caso di Irving è per me uno di quei casi.
La Stampa