Liberazione!
E così, non solo niente droghe e niente quartieri a luci rosse. Mi sono pure toccati gli olandesi bigotti.
Il ragazzo ha finalmente finito. Da oggi è ufficialmente fuori da quel tunnel che per lui sono stati i tre anni delle scuole medie.
Il giudizio globale è lusinghiero. Un bell'OTTO campeggia in mezzo al sostituto del diploma, che domani verrà consegnato alla segreteria del Liceo.
Eppure il ragazzo è insoddisfatto.
Cos'hai, gli chiedo, sei stato bravo, dovresti essere contento.
Inutile. Un sette in italiano e un sette in inglese gli hanno rovinato la festa.
Vorrei ridergli in faccia, gli dico che non è importante, che quel che conta è quanto si sia dato da fare e quanto sia stato serio e responsabile nel fare il suo lavoro. Ma la cosa non lo consola. Resta lì, col muso lungo come quello di un cavallo, a guardare i suoi voti nelle singole materie come se stesse contemplando un fallimento.
E mi verrebbe da sputarmi in faccia. Perché lo so che è tutta colpa mia. Perché quella capacità di guardare e sostenere il positivo che mi contraddistingue, quando si tratta dei miei studenti, verso i miei figli invece si trasmuta, diventa spietatezza, analisi minuta degli errori, o catalogazione dei difetti.
Le mie intenzioni, certo, sono buone. Li stimo e li conosco, so quanto valgono e quanto son capaci, e mi dispiace vederli essere meno che se stessi, e non voglio che siano uomini a mezzo servizio. Voglio che siano contenti, sì, ma mai completamente soddisfatti, sempre tesi ad un miglioramento, ad un'espressione di sè sempre più alta, vera e compiuta.
Ma se il prezzo di questo dev'essere il non godere il buono che è nell'attimo e l'insoddisfazione perenne, allora no, allora ho sbagliato tutto.
Ho bisogno che il padre che è in me vada a scuola dall'insegnante, e che si prenda una bella lavata di testa.
Le ragazze hanno bisogno di fare una capatina al supermercato. Cose di donne, prof, mi dicono, come se in Italia non vendessero assorbenti e loro non potessero portarseli dietro. (Poi in realtà la Laura mi dirà di aver acquistato una crema di bellezza al cocco, che quando gliela vedrò addosso, tra il lusco e il brusco e controluce, a momenti mi farà pigliare un infarto per la paura.)
Se in Italia avessimo delle seghe circolari nelle aule, cosa accadrebbe?
Qui alla Roc Friese Poort non esistono aule nel senso tradizionale, ma solo laboratori: la teoria viene spiegata mentre gli studenti sono al pezzo, e la pratica non è mai separata dalla spiegazione teorica.
Il risultato sono aule del tutto uguali alle nostre officine, falegnamerie o studi di architetto o di ingegnere. Solo più pulite.
Ora, finché si tratta di computer è un conto; ma se si parla di falegnameria o carpenteria il discorso cambia.
E per la sicurezza?, chiedo al collega che trovo nel laboratorio.
Lui mi mostra una serie di protocolli, che l’insegnante si premura di illustrare ad ogni studente appena iscritto alla Roc Friese.
Ok, dico, ma se ciononostante lui si facesse male? Di chi è la responsabilità?
Finché son minorenni, fifty-fifty, mi risponde. L’insegnante si deve preoccupare che tutte le istruzioni siano chiare e che la macchina sia in sicurezza. Ma poi son cazzi dello studente: se l’insegnante ha spiegato le norme e ha curato la macchina, è lo studente che deve stare attento.
Se poi lo studente (come in questa scuola capita spesso) è maggiorenne, la responsabilità è interamente sua.
Io ascolto, e penso al documento che ho firmato, e che mi consegna la totale responsabilità civile di quanto potrebbe capitare ai miei ragazzi, H24, nel corso di questi nove giorni.
Che poi in auto ne parlo con Kervin (chiamato “Personaggio” dai ragazzi, che non ne ricordano mai il nome), il nostro angelo custode – autista – balia asciutta di questi primi tre giorni di profonda Frisia, spiegandogli appunto la questione della responsabilità civile, e di come in Italia ci sia la convinzione che la famiglia debba affidare alla scuola i ragazzi in tutto e per tutto, perché la scuola ne curi anche l’educazione e ne salvaguardi la sicurezza.
Kervin (giovane insegnante trentaquattrenne, calmo, disponibile all’estremo e sempre misurato) basisce visibilmente, è perplesso, non se ne capacita.
Ma come, mi dice, non capisco: che senso avrebbe che uno studente andasse a scuola senza avere voglia di imparare? E che famiglia sarebbe una famiglia che delegasse l’educazione di suo figlio a un’agenzia che invece deve istruirlo? Tu, Leonardo – mi chiede –, se a scuola i tuoi figli combinassero incidenti invece di lavorare o stare attenti alle lezioni, con chi te la prenderesti, coi tuoi figli e con te stesso o con la scuola?!
Sorrido, gli rispondo, e gli racconto.
Due ore di treno tra Amsterdam e Heerenven.
Il cielo è azzurro come mai, in Italia, in questi giorni.
Ritaglio un momento di invocata solitudine fumando una sigaretta all’esterno dell’aeroporto di Schiphol. Biondi che vanno e vengono, fiumi di gente che entra e esce dalle enormi porte girevoli, poliziotti similmente enormi che controllano a passo lento il traffico umano.
Io qui nell’angolo, sudato, spettinato, sfatto dal viaggio, con una sigaretta fra le dita, costretto nella zona viziosi (l’unica zona sporca, la zona fumo, in mezzo a un lindore che offende gli occhi), mai mi sono sentito così extracomunitario.
Spengo il cicco e lo deposito con delicatezza e ostentazione nel contenitore apposito, rimetto in spalla lo zaino e riprendo a trascinare la valigia. Reinfilo la porta girevole diretto alla stazione ferroviaria, dando le spalle a quello che per me, a questa mano della partita, sarà per forza o per amore l’unico angolo di Amsterdam che potrò sentire davvero mio.
Ore 3.45 di notte, poco prima della partenza.
Mamma: Professore, mi raccomando, ma si rende conto della responsabilità?! Da solo, a mille chilometri da casa, con quattro ragazzi e queste due ragazze...
Io: Signora, mi ha convinto, riporti a casa sua figlia.
Ore 3.46.
Mamma: Mi raccomando queste due ragazze, che a pensarle là, in mezzo ai ragazzi macedoni...
Io (strabuzzando gli occhi): Ma signora, cosa cavolo sta dicendo, e come si permette?! E poi cosa crede, che i ragazzi olandesi disprezzino il genere?!
Mamma: No, ma mia figlia è bionda, e gli olandesi sono abituati.
Beh, beh, beh, andiamoci piano con l'uso del computer nella didattica.(Che poi, per carità, capisco bene la signora.
Per quante ore avete intenzione di usare il netbook in aula?
No, perché prima di imparare a usare il motore di ricerca del computer, voglio che mio figlio impari a usare il suo, di motore di ricerca.
Cioè, dico, il cervello.
Oh, mi distraggo un attimo e vengo twitterato su Spinoza.
(Grazie a Stark.)Mi ha telefonato mio cugino da Padova. Dice che ha dovuto fare lo 0039.

No, figlio mio, non è stupido.
Ho fatto fatica a finire Dioblù. Ho fatto fatica, perché a ogni pagina mi cresceva il senso di oppressione e di soffocamento. Ma questa è una questione personale, eh. Il problema sono io, più che Colagrande. Ma cerco di spiegarmi in breve.
