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TEMPUS FUGIT

Monday, 16 August 2010 2:30 P GMT+01
Ho ancora negli occhi mio padre quando lavava i piatti.
Tranquillo, sereno. Con una certa lentezza passava e ripassava le stoviglie, gettando un occhio distratto alla tivù e chiacchierando coi figli ancora a tavola, appena tornati da scuola, dall'università o dal lavoro.
E dentro di me mi struggevo. Pensavo al tempo che gli restava da vivere, ricordavo quanto quell'uomo era stato impegnato e assorbito dal suo, di lavoro, che spesso lo costringeva lontano da casa, in giro per l'Italia e per l'Europa, talvolta per intere settimane. Lui, che mentre io nascevo si trovava su un aereo militare di ritorno dalla Germania, ora passava il tempo, in canottiera e ciabatte, ad asciugare bicchieri e posate e a riporli con scrupolo nello scolapiatti.
Non capivo come facesse ad accettarlo. Io, che sentivo di avere tutto il tempo del mondo, lo riempivo di impegni, di ideali, di politica, di volontariato, come se un'intera vita non mi potesse bastare. Lui, già anziano ma ancora in forze e con un cervello di prim'ordine, riempiva la giornata con quel che veniva: piatti da lavare se erano i piatti, prendere i nipoti a scuola se era richiesto, andare in vacanza con mia madre se era il periodo. Ma senza fregole, senza ansie; e soprattutto facendo bene e fino in fondo qualsiasi cosa dovesse fare, senza porsi problemi di valore o d'importanza, senza farsi menate sul sentirsi o meno sprecato. Pulir per terra, fare qualche rara attività di consulenza o discutere di politica coi figli, per lui era lo stesso: qualcosa da fare comunque bene poiché capitava di doverlo fare.
Ce l'ho ancora negli occhi, mentre son qui che pulisco il lavello, riordino la cucina e scopo per terra. E vedo che è un lavoro fatto bene. Che per esser fatto bene richiede il giusto tempo, e che una volta fatto dà soddisfazione. Non è un lavoro che ho voglia di fare, e non lo reputo più o meno importante di altri lavori. Solo, va fatto bene. Leggere e studiare un libro, va fatto bene. Stare in classe coi miei allievi, va fatto bene. Vivere con mia moglie e i miei figli, va fatto bene.
Piego gli asciughini e metto via il bidone dell'immondizia. Mi guardo attorno: c'è da riempire la ciotola dell'acqua per il gatto, c'è da buttare quella bottiglia vuota. Non è importante, non è poco importante. È qualcosa che c'è e che chiede d'esser fatto. Bene. Va fatto bene. Non guardo l'orologio, non rimpiango il tempo sottratto alla lettura, allo studio, all'informazione. Il tempo, una volta così abbondante e che oggi comincia a farsi merce rara, mi diviene così prezioso che me lo godo secondo per secondo.
Come se la vita non fosse una questione d'importanza, ma solo di senso e d'intensità.

UN PROVINCIALE IN OLANDA/15

Thursday, 5 August 2010 3:34 P GMT+01
- L'Olanda è un paese povero, così mi dice Matthijs.
Ci beviamo una birra, seduti all'esterno del bungalow che usiamo da quartier generale. Sono quasi le undici e mezza di sera, ma oggi è il ventun giugno, inizia l'estate e il cielo è ancora chiaro. Abbiamo lavorato per buona parte della giornata a far rilievi, e come abitudine da queste parti si è cenato verso le sei, sei e mezza. Il resto del tempo lo si passa cazzeggiando, guardando il mondiale in tv, tirando due calci a un pallone o chiacchierando del più del meno, purché sempre con una birra o una sigaretta in mano (sì, anche giocando a calcio).
Ormai si convive H24 da qualche giorno e i rapporti si son fatti più stretti. Si parla volentieri, nessuno si sente giudicato per la qualità del proprio inglese. Sono caduti quei pochi pregiudizi che pure c'erano, sono svanite le resistenze e le false timidezze. La birra c'ha messo del suo.
Ho chiesto a Matthijs se anche lui, come la maggior parte dei suoi amici, lavora dopo l'orario scolastico.
- Sì, certo, mi dice, come tutti. Dalle quattro alle otto lavoro in un supermarket. Riempio gli scaffali, sto alla cassa, cose così.
È una costante, in questi ragazzi: dopo la scuola tutti lavorano, tutti si danno da fare. Quando i miei studenti gli hanno raccontato che il pomeriggio lo usavano per studiare (poco), fare i compiti (per niente) e andare in giro con gli amici (molto), erano increduli. Qualcuno era addirittura scandalizzato. Ma non riesco ancora a capire se il loro è un giudizio moralistico o se c'è sotto dell'altro. Lo chiedo a Matthijs.
- Ma no, mi dice, ma che giudizio morale! È che non capiamo come facciano ad avere soldi in tasca, se non lavorano!
Gli spiego che alcuni di loro qualche lavoretto lo fanno, ma per lo più d'estate. E comunque i genitori danno loro qualcosa. Matthijs scuote la testa.
- No, a me non basterebbe. Per esempio, una volta compiuti i diciott'anni devo pagarmi l'assicurazione sanitaria. Se non la pago io, mica me la pagano i miei genitori. Non capisco come facciano i tuoi studenti.
Mi tocca spiegare a Matthijs come funziona l'assistenza sanitaria in Italia. Gli dico che è gratuita, spiego un po' la questione dei ticket e metto le mani avanti, facendo presente che non è che funzioni benissimo, che ci sono enormi sprechi e che la qualità del servizio è decisamente diversa nelle varie regioni.
Matthijs e i suoi amici, che stanno cominciando a raccogliersi attorno a noi, strabuzzano gli occhi. Come?! Gratis?!, continuano a dire.
Sì, gratis, ripeto, ma come vi ho detto, la qualità del servizio...
- Ma chissenefrega, è gratis!, mi interrompe Matthijs. Lo preferirei mille volte!
I suoi amici concordano.
Va bene, dico loro, dovete pagare l'assistenza sanitaria. Ma avete un servizio migliore del nostro, ve lo garantisco. E poi, per cosa vi servono i soldi?
- Beh, chiaro, per divertirci. Per il fumo, la birra, il pub, la discoteca. Ma anche per i vestiti, le scarpe, i nostri hobby... Insomma, per tutto quel che vogliamo fare!
Ma la famiglia, insisto, non vi aiuta?
- No, solo le famiglie ricche. Mica tutte possono. Pensa anche solo a quanto costa mandarci a scuola...
No, un momento, lo interrompo. Quanto pagate per frequentare la scuola?
Si guardano l'un l'altro, si consultano qualche secondo in frysk. Poi Matthijs risponde: - Beh, diciamo, sui millecento euro l'anno. A parte i libri, eh.
Ah, dico. A partire dalle superiori?
- Ma no, fin dalla basic school. Certo, i costi aumentano all'aumentare del grado scolastico.
E l'università?, chiedo.
- L'università costa un botto. Per andarci devi essere ricco di famiglia, o essere davvero bravo per poter prendere una borsa di studio. Così, vedi, tutti noi abbiamo fretta. È come se fossimo sempre di corsa per cercare di arrivare più presto possibile ad essere indipendenti e autonomi, in modo da non pesare più sulle nostre famiglie e poter fare quel che vogliamo. Si tratta - osserva Matthijs - di capire il più presto possibile quali sono le nostre capacità e quali i nostri limiti. Se ti accorgi che lo studio ti pesa, o che certe cose proprio non riesci a capirle, è meglio che ti fermi: ogni tentativo fallito di andare avanti porta via del tempo, allontana il momento dell'indipendenza, e qui il tempo è denaro.
A questo punto interviene Bart, ventun'anni, il più vecchio del gruppo, che finora era rimasto ad ascoltare in silenzio.
Beh, dice, c'è anche da dire che lo Stato paga ad ogni giovane che abbia compiuto sedici anni un assegno mensile di circa settanta euro. Certo, pagata la quota mensile per l'assicurazione sanitaria resta ben poco, ma è già qualcosa.
Ecco, gli dico, una cosa del genere in Italia non esiste . Settanta euro al mese. Per quanto tempo?
- Fin quando si continua a studiare. È una specie di incentivo a continuare gli studi: nel momento in cui si smette di studiare l'assegno viene sospeso, anche se non si ha ancora un lavoro. In più, se lo studente esce di casa e va a vivere da solo, l'importo dell'assegno sale fino a tre, quattrocento euro al mese. È il mio caso: sono ormai due anni che sono uscito di casa e che convivo con la mia ragazza. Prendiamo tutti e due l'assegno mensile; io studio alla ROC Friese, lei frequenta l'università a Groningen. I soldi non basterebbero, certo, ma lei ha un lavoretto, io curo l'amministrazione di un piccolo studio e durante le vacanze estive lavoro con mio padre, che coltiva tulipani su scala industriale e li esporta in tutta Europa. In quei due mesi, lavorando anche dodici, quattordici ore al giorno, guadagno abbastanza da poter considerare l'assegno statale un sovrappiù.
- Sì, interviene di nuovo Matthijs, ma il tuo è davvero un caso eccezionale. Pensa anche solo a quanto sia difficile poter uscire di casa, col costo degli appartamenti e degli affitti.
Costano molto?, chiedo.
- Altroché. È una questione di mercato: in Olanda c'è una forte domanda di case, e l'offerta è insufficiente. La crisi poi ha peggiorato la situazione, perché la gente ha ancora meno soldi e le imprese edili non costruiscono. Così, a Drachten può capitare di sentirsi chiedere duecentomila euro per un piccolo appartamento di settanta metri quadri in una casa quadrifamiliare a due piani. Non dico ad Amsterdam, a Drachten, capisci.
Mentre lo ascolto penso che a Piacenza, già prima della crisi, si stimava che le unità abitative vuote fossero più di un migliaio: l'offerta, cioè, supera abbondantemente la domanda, e ciononostante si è continuato a costruire. Con la crisi le nuove costruzioni sono diminuite, ma sono diminuite moltissimo anche le compravendite. E così i prezzi sono scesi, anche se in misura inferiore al previsto (a Piacenza si parla di un -3.6%). Tutt'un'altra situazione rispetto all'Olanda, dove la crisi sta facendo lievitare i prezzi delle case.
È Jacob a tirare le conclusioni: - Certo che è uno schifo. Alla mattina a scuola, il pomeriggio a lavorare, per poter guadagnare i soldi che ci permettono di bere e fumare tutto il venerdì e il sabato sera. Passiamo la domenica a letto storditi, e il lunedì ricominciamo. E tutto per cosa? Per arrivare il più presto possibile più in alto possibile e guadagnare il più possibile.
Finisce la birra, rutta. - Uno schifo, ripete.
Finalmente è calata la notte. È l'una passata, i ragazzi si avviano verso le tende sulle loro bici. Qualcuno è piuttosto su di giri. Gli amici si danno d'attorno per convincere i più malfermi a smontare di sella e andare a piedi. Soprattutto Bart, dall'alto del suo metro e novanta e dei suoi anni di rugby, risulta particolarmente convincente. Già non li vedo più, e ancora si sentono risate, qualche stralcio di conversazione. Rutti, e ancora risate.
L'Italia non è il paradiso. L'Olanda, par di capire, nemmeno.
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ELOGIO DEL GIUDIZIO

Tuesday, 3 August 2010 1:15 P GMT+01
Sono lento nel pensare, almeno tanto quanto nel muovermi.
E così solo stamattina ho messo a fuoco quel che mi ronzava nello spazio fra le orecchie quando ieri, trentesimo anniversario della strage di Bologna, leggevo interventi e commenti su blog e aggregatori vari (uno fra tutti).
E il fatto era che mentre si discuteva di possibilità o impossibilità di ricordare, di verità storica, verità giudiziaria e del possibile rapporto fra le due, e financo dell'Io so di Pasolini, ero solo vagamente consapevole di una cosa del tutto banale: il fatto cioè che nessuno dei vari partecipanti a quel thread, e nessuno degli estensori dei blog che ho leggiucchiato, fa di mestiere lo storico, o il magistrato, o il critico letterario; e quand'anche qualcuno di essi fosse uno storico, un magistrato o un critico letterario, sono certo che di fatto non si sta occupando, nel suo lavoro quotidiano, della strage di Bologna o degli interventi pasoliniani sul Corriere.
Non fraintendetemi: non ne sto facendo una questione di competenza, è un aspetto che qui non mi interessa affatto.
Il problema è che mi chiedo: come, concretamente, può accadere che un fatto come la strage di Bologna, accaduto trent'anni fa e al quale non ero presente, mi interpelli, mi tocchi e mi investa qui ed ora? E come può di fatto riverberarsi sul mio agire quotidiano?
A me pare che non vi siano che tre alternative.
La prima.
La reazione emotiva. Che per quanto possa essere mascherata da analisi politica resta sempre una reazione, ossia quanto di meno meditato e razionale esista: azione - reazione, tic toc, automatico. Di fronte alla provocazione della realtà uno reagisce, non può fare a meno di reagire, e reagisce secondo i propri schemi, il proprio temperamento e le proprie idiosincrasie. Sono un tipo sensibile? Guardo le immagini della strage e inorridisco, mi commuovo. Sono di sinistra? Mi indigno contro i bastardi fascisti e contro lo Stato complice dei fascisti. Sono di destra? Mi indigno contro chi si indigna, contro i comunisti e contro le strumentalizzazioni. Sono un qualunquista? Mi indigno contro gli imbecilli di destra e sinistra, cambio canale e ciao ti saluto. Funziona così, e il valore di queste reazioni (e delle infinite altre possibili) è il medesimo: il soggetto, la persona nel suo concreto esistere e relazionarsi non è per nulla toccata e cambiata dal fatto, ma, semplicemente, reagisce. La sfera della consapevolezza è appena sfiorata e quel che conta non è il fatto in sé, ma tutt'al più il "prender posizione". Tant'è vero che, passata la festa, gabbato lo santo: nulla in realtà cambia, per sé. L'appuntamento è alla successiva commemorazione e all'anniversario seguente. Il fatto è l'occasione per manifestare la propria reazione. Al centro non c'è il fatto, ci sono io e la mia emotività, nuda e cruda o mascherata da posizione politica, o da qualunquismo cinico e autosufficiente.
La seconda.
Beh, parliamone. Analizziamo. Discutiamo. È appunto il livello dei thread che leggevo ieri, e neanche di tutti. La consapevolezza entra in gioco: c'è un ragionare sul dato, sul fatto. C'è un informarsi, un confrontarsi . Ma tutto resta un gioco: di nuovo, al centro non c'è davvero il fatto, ma ci sono io. C'è quel che io so, c'è il mio conoscere la storia piuttosto che la politica, la mia abilità dialettica e le mie conoscenze letterarie, e in fondo - e con tutte le migliore intenzioni - c'è, confessiamolo, una buona dose di autocompiacimento e di autocontemplazione onfalica, detta altrimenti "guardarsi l'ombelico". Il tutto tanto più sviluppato - e non è un caso - quanto più il fatto in sé non mi ha davvero (grazie a Dio) toccato direttamente, e non è, nell'agire quotidiano, oggetto della mia fatica e della mia attenzione. Faccio dell'altro, mi occupo di tutt'altro, ma intanto questo fatto offre a me un'occasione per far vedere quante ne so. Non c'è niente di male, ne sono così convinto che spesso partecipo anch'io al gioco, piacevole quanto può essere piacevole ogni forma di masturbazione. Ma sono consapevole che di gioco si tratta, e che è cosa ben diversa dal porsi davvero davanti al fatto e dal lasciarsene toccare e trasformare.
La terza.
Il giudizio. È il modo in cui ciò che mi è estraneo, esterno, lontano, diventa davvero mio, diventa me stesso. Richiede innanzitutto curiosità e apertura al mondo e alla realtà: per arrivare a un giudizio devo sollevare lo sguardo da me e dal mio ombelico. Poi parte il compito della conoscenza, secondo le proprie capacità e possibilità; dell'analisi di quel che si è venuti a conoscere; della continua e sempre provvisoria ricostruzione del proprio sapere; soprattutto, parte la fatica di confrontarsi con se stessi, con quel che si è, con le proprie esigenze più profonde; infine, inizia un lavoro di trasformazione di sé, della realtà circostante e delle relazioni a partire da quel che si è ritenuto di capire. E' l'unico modo in cui un fatto di per sé estraneo può diventare tutt'uno con me e addirittura divenire motore di cambiamento.
Ed è anche l'unico modo in cui si può ricordare senza memoria: a chi non c'era, ai miei figli, ai miei studenti, io posso trasmettere non solo dati e conoscenze astratte, ma un giudizio su quel che è accaduto, tanto più efficace e comprensibile quanto più capace di tradursi in un modo d'essere e affrontare la realtà.
La memoria della strage di Bologna, ai miei figli di ventitré e quattordici anni, la dà sì Blu Notte, ma mi auguro che gliela dia ancor di più il modo in cui loro padre e la loro madre si pongono di fronte al potere, allo Stato, alla violenza, alla politica e all'ideologia nelle loro scelte quotidiane. Perché è in questo modo di porsi che il loro padre e la loro madre hanno tradotto, in questi ultimi decenni, il loro personale e fallibile giudizio sulla strage di Bologna e in genere su tutto quel periodo maledetto - maledetto e critico, come sempre è l'adolescenza.

UN PROVINCIALE IN OLANDA/14

Thursday, 29 July 2010 4:20 P GMT+01
C'è che forse abbiamo un'idea un po' stereotipata dell'Olanda. E c'è che forse abbiamo anche un bel po' di idee stereotipate riguardo a cosa sia la religione, e a cosa sia libertà.
Per cui, immagina un po' il casino quando si prova a tirar fuori le idee che abbiamo in testa riguardo al rapporto fra religione e libertà in Olanda!
A me, ‘ste benedette idee sono saltate tutte. In tre mosse.
Prima mossa.
Trovare scritto sul sito della ROC Friese Poort (il nostro partner olandese: una scuola pubblica, di indirizzo tecnico-professionale, l'equivalente delle vocational schools anglosassoni) che ROC Friese Poort... has a Protestant background, che Drawing on its Protestant background, ROC Friese Poort provides a well-rounded education, e che The key words at ROC Friese Poort are personal, ambitious and Protestant.
Mi spiego? No? Allora provate a immaginare un istituto pubblico italiano che all'inizio del POF scrivesse: Il liceo Pinco Pallo, a partire dalla propria impostazione cattolica, fornisce un'educazione completa bla bla bla, e aggiungesse che Le parole-chiave relative alla formazione fornita dall'istituto sono: individualizzata, ambiziosa e Cattolica.
Immaginate anche che, nel refettorio della scuola, siano esposti manifesti di contenuto religioso e confessionale (uno, a dir poco naif, con disegnato un crocefisso affiancato da un bel po' di gente sia a destra che a sinistra, invita l'osservatore a scegliere Da che parte stai: con Gesù o con chi l'ha tradito?), tali e quali quelli che si possono vedere esposti nelle stanze degli oratori parrocchiali. In Italia sarebbe impossibile, e qualora accadesse susciterebbe un bel vespaio.
Beh, in Olanda, alla ROC Friese Poort, questo accade e nessuno ha da ridire.
Seconda mossa.
Vedere Hendrik, tutte le mattine che abbiamo trascorso sull'isola di Ameland, richiamare i propri ragazzi prima di colazione ad osservare un minuto di silenzio da destinare alla preghiera. Certo, chi non crede poteva dedicarlo alla riflessione personale, o al nulla assoluto. Ma il minuto era finalizzato esplicitamente alla preghiera, ed era da trascorrere assolutamente, rigorosamente, obbligatoriamente in silenzio. Roba che i miei ragazzi si guardavano allucinati, e poi guardavano me, e io allargavo le braccia.
La terza.
Mentre facciamo colazione chiedo a Erik qualche spiegazione riguardo al minuto di silenzio appena trascorso. Erik, a mo' di spiegazione esaustiva, mi risponde che In Olanda Stato e Chiesa sono separate.
Lo guardo, perplesso.
- Appunto, dico, come mai allora potete destinare un minuto alla preghiera, seppur personale? Lo facesse un mio collega italiano all'inizio dell'orario di lezione, sai mica il casino?!
- E perché?, mi chiede stupito.
- Ma proprio perché Stato e Chiesa sono separate, anche in Italia! Nella scuola pubblica tutte le manifestazioni di appartenenza religiosa sono state eliminate, e quelle poche che sopravvivono vengono messe in discussione in modo piuttosto acceso! E gli spiego in sintesi la questione dei crocefissi.
Erik non capisce.
- Ma no, mi dice, il fatto che Chiesa e Stato siano separati non significa che non si possano esprimere atteggiamenti religiosi a scuola. Significa che, a scuola, l'educazione religiosa e le eventuali pratiche religiose sono lasciate alla libera iniziativa dei singoli istituti, degli insegnanti e degli studenti. L'educazione fornita dalla nostra scuola - prosegue Erik - vuole connotarsi come cristiana, e così offriamo agli studenti la possibilità di coltivare anche a scuola la loro identità religiosa. Per chi non è cristiano, o non è credente, resta comunque la validità del percorso formativo e, in ultima analisi, la possibilità di iscriversi altrove, no?

E così, non solo niente droghe e niente quartieri a luci rosse. Mi sono pure toccati gli olandesi bigotti.

IO PADRE, IO INSEGNANTE

Wednesday, 30 June 2010 9:47 P GMT+01

Il ragazzo ha finalmente finito. Da oggi è ufficialmente fuori da quel tunnel che per lui sono stati i tre anni delle scuole medie.
Il giudizio globale è lusinghiero. Un bell'OTTO campeggia in mezzo al sostituto del diploma, che domani verrà consegnato alla segreteria del Liceo.
Eppure il ragazzo è insoddisfatto.
Cos'hai, gli chiedo, sei stato bravo, dovresti essere contento.
Inutile. Un sette in italiano e un sette in inglese gli hanno rovinato la festa.
Vorrei ridergli in faccia, gli dico che non è importante, che quel che conta è quanto si sia dato da fare e quanto sia stato serio e responsabile nel fare il suo lavoro. Ma la cosa non lo consola. Resta lì, col muso lungo come quello di un cavallo, a guardare i suoi voti nelle singole materie come se stesse contemplando un fallimento.
E mi verrebbe da sputarmi in faccia. Perché lo so che è tutta colpa mia. Perché quella capacità di guardare e sostenere il positivo che mi contraddistingue, quando si tratta dei miei studenti, verso i miei figli invece si trasmuta, diventa spietatezza, analisi minuta degli errori, o catalogazione dei difetti.
Le mie intenzioni, certo, sono buone. Li stimo e li conosco, so quanto valgono e quanto son capaci, e mi dispiace vederli essere meno che se stessi, e non voglio che siano uomini a mezzo servizio. Voglio che siano contenti, sì, ma mai completamente soddisfatti, sempre tesi ad un miglioramento, ad un'espressione di sè sempre più alta, vera e compiuta.
Ma se il prezzo di questo dev'essere il non godere il buono che è nell'attimo e l'insoddisfazione perenne, allora no, allora ho sbagliato tutto.
Ho bisogno che il padre che è in me vada a scuola dall'insegnante, e che si prenda una bella lavata di testa.

UN PROVINCIALE IN OLANDA/13

Monday, 28 June 2010 9:13 P GMT+01
Il traghetto per Ameland è puntualissimo.
Ne parte uno ogni ora. La cosa mi pare strana, visto che il braccio di mare che divide la terraferma dalle isole Frisone si prosciuga quasi completamente due volte al giorno, in corrispondenza della bassa marea.
Ma mi spiegano che il traghetto è come se percorresse un canale artificiale, scavato sul fondo del mare di Wadden in modo da evitare le secche più insidiose. Perciò la navigazione è piuttosto tortuosa, e molto più lunga di quanto ci si potrebbe aspettare: Ameland dista dalla costa della Frisia una decina di chilometri, ma il viaggio del traghetto dura circa un'ora.
A bordo, sedili confortevoli e pulizia similscandinava. Il bar offre la possibilità di uno spuntino o di un piccolo pasto. Visto l'orario e il freddo penso bene di prendere un coffee e lo accompagno con quella che credevo essere una normale brioche calda, ma che al primo assaggio rivela la sua vera e subdola natura di torta salata per quattro persone zippata fino a raggiungere le dimensioni di una brioche. Non capisco cosa ci sia dentro oltre al formaggio, ma una volta finita non avrò fame fino a sera.
Sul ponte panoramico frotte di ragazzini si divertono a dar da mangiare ai gabbiani: ce ne sono di almeno tre, quattro specie, e fanno a gara per prendere dalle mani dei passeggeri i pezzi di panino o di brioche che vengono loro offerti.
I bambini restano a bocca aperta quando vedono le foche crogiolarsi al sole, in lontananza, sui banchi di sabbia.
Una volta sbarcati, gli studenti, italiani e olandesi insieme, prendono possesso delle biciclette che costituiranno il loro esclusivo mezzo di locomozione per tutta la durata del nostro soggiorno sul'isola e iniziano ad affrontare i cinque o sei chilometri di strada che li separano dal camping. Io, Hendrik ed Erik (il nuovo collega che farà parte del gruppo in questi quattro giorni e che con Hendrik guiderà i ragazzi nel loro lavoro di rilievo topografico) ci avviamo verso il camping in automobile, trasportando nel carrello al seguito tutti i bagagli e il necessario per il lavoro.
Ma prima si fa tappa al supermarket. In questi giorni noi insegnanti e le uniche due ragazze del gruppo alloggeremo in un bungalow (mentre i ragazzi si divideranno tre tende, e per difendersi dal freddo notturno dormiranno spoony-spoony, ossia, mi spiega Bart, come cucchiai riposti in un cassetto e ammassati gli uni con gli altri, che fan perciò corrispondere il concavo e il convesso come a formare un unico gruppo compatto). Occorre perciò rifornire il frigo del bungalow, visto che, fungendo da quartier generale e direzione lavori, vedrà concentrarsi al suo interno e nei dintorni la gran parte delle attività, i momenti di briefing e quelli di relax.
I miei colleghi olandesi hanno un interessante concetto di spesa al supermarket. Dopo un quarto d'ora usciamo col carrello stracolmo di birre, latte e Coca-cola, merende e merendine dolci e salate, biscotti e dolciumi vari. Niente superalcolici, ma solo perché da queste parti sono venduti a parte, all'interno di una sezione speciale del supermercato, con l'ingresso separato ed un addetto alla vendita al dettaglio: lo scopo è quello di evitare che possano essere acquistati dai minori di diciott'anni, come invece accade normalmente nei supermercati nostrani. Comunque Erik ed Hendrich i diciotto li hanno passati da un pezzo, e così alle due casse di birra si aggiunge anche un paio di bottiglie di liquore.
Tornati al bungalow riempiamo il frigo e scarichiamo armi e bagagli dal carrello. I ragazzi arrivano dopo dieci minuti. Il tempo di smistare i bagagli e si inizia a lavorare per i rilievi, dividendo i gruppi di lavoro, distribuendo incarichi e caricando i ragazzi di paline, total-stations e picchetti di legno.
Si comincia a fare sul serio.
Il frigo, carico di circa una cinquantina di birre, tre Coca-cola da due litri l'una e litri e litri di latte normale ed aromatizzato, verrà svuotato in meno di un giorno e mezzo.
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UN PROVINCIALE IN OLANDA/12

Monday, 28 June 2010 9:12 P GMT+01
Hendrik è incazzato.
No, i miei ragazzi non c'entrano nulla. È un problema tutto suo e delle altre persone che abitano nei dintorni di Drachten.
In questa campagna c'è tutta una rete di canali che fiancheggiano le varie proprietà, e sono larghi abbastanza da consentire una limitata navigazione, per lo più in canoa.
Ma si pensa di implementare il sistema, allargando i canali e innalzando i ponti, in modo da consentire la navigazione da diporto e dare una spinta allo sviluppo turistico della zona. Hendrik, appassionato di vela, è uno dei promotori dell'iniziativa
Ora, pare che tutte le persone interessate dal progetto siano favorevoli. Tutte tranne una.
È un personaggio un po' particolare, che abbiamo occasione di incontrare fumando una sigaretta all'esterno del pub dove siamo soliti cenare in questi giorni. Parla un ottimo francese, un buon inglese e azzarda anche qualche parola di italiano. Quando se ne va, un ragazzone frisone, seduto vicino a me, scuote la testa e sibila un insulto in frysk.
Dopodiché mi spiega in inglese che il tizio è pazzo. Si è messo in testa che l'arrivo dei turisti e l'incremento della navigazione nei canali possa mettere in pericolo l'habitat naturale di un insetto, una specie di scarafaggetto (il ragazzone continua a definirlo beatle), e perciò ha sempre votato contro il progetto.
E dato che per l'iniziativa occorre il totale accordo dei proprietari interessati, il progetto è bloccato.
Ancora una volta incontro il modo speciale, tutto olandese, di intendere la democrazia. Laddove il mio diritto viene ad interferire col tuo, ad averla vinta è colui che ritiene di esser danneggiato.
Agli altri non resta che la libertà di rosicare e di incazzarsi, e magari anche di condannare all'isolamento sociale il personaggio. Ma né Hendrik né il ragazzone si sognano di rivendicare quel che chiamiamo il diritto della maggioranza. Mi pare anzi di capire che per democrazia qui si intenda proprio l'opposto, ossia la tutela dell'opinione minoritaria.
I giorni successivi mi offriranno la prova che ho capito bene.
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UN PROVINCIALE IN OLANDA/11

Friday, 25 June 2010 9:12 P GMT+01
Tre ore al pub, dalle nove e mezza a mezzanotte e mezza.
Imparo presto che, se non mi sbrigo a rifiutare, qui mi trovo davanti una birra ogni tre per due.
(Che sì, lo so, Ma che, sei scemo?!, Cazzo rifiuti!, ma dopo la terza birra, io che son quasi astemio, mi fermo per istinto di conservazione.)
C'è' che per ‘sti ragazzi l'alcool funziona davvero come lubrificante. Nel giro di qualche birra si parla, si chiacchiera e discute come se fossimo amici da una vita, e saltano fuori le storie, i problemi, i casini e le cose belle.
La vita, insomma.
Parlo con il più giovane del gruppo. Diciannove anni. Studia e lavora, come tutti, qui. Le famiglie - mi dice - non danno niente, e l'Olanda, contrariamente a quel che si crede, non è un Paese propriamente ricco. Se vuoi avere qualche soldo in tasca devi darti da fare, e così i supermercati son pieni di commessi sedicenni. Del resto, finito l'orario scolastico, cos'hai da fare? A diciassette, diciott'anni sei costretto a ragionare da adulto. Devi sapere bene cosa vuoi, mi dice, e darti da fare per realizzarlo. E più sai, più conosci, più aumentano le possibilità di successo. Per questo sono curioso, voglio imparare, sempre. Anche qui, anche ora, con me, parlando in un inglese che a me non sembra affatto stentato come lui dice.
Bart, ventun'anni, fisico da rugbysta qual è effettivamente, ci tiene a farmi i complimenti per i miei studenti. Il gruppo dell'anno scorso, dice, non si buttava, non si coinvolgeva, e così non si riusciva nemmeno a parlare, e allora come si fa ad esercitare l'inglese? Con voi è diverso, ci provate, come noi, ed è difficile sia per voi che per noi.

Preoccupato per il prosieguo della serata, gli chiedo se in discoteca capitano spesso risse o cose simili. Scoppia a ridere. Eccome!, dice, In continuazione! Birra e fumo non contribuiscono a rendere sereno il clima, e così succede molto spesso che volino pugni, bicchieri e qualche testata. Coltelli? Chiede un mio studente. No, risponde Bart ridendo, quella è roba italiana.
Un altro degli italiani chiede se c'è del fumo. Gli dico che se lo scorda, ma Bart si è già alzato. Torna cinque minuti dopo dicendo che il coffee shop è chiuso, e quindi per stasera di fumo non se ne parla. Sono convinto che sia una palla, e ne sono enormemente grato al gigante rugbysta.
Un altro studente chiede se a Drachten ci sia un quartiere a luci rosse. No, risponde Jacob, solo nelle grandi città. Il più vicino è a Groningen. Ma andarci è squallido, a puttane ci vanno solo gli sfigati. Nessuno di noi ci è mai andato, e nessuno nemmeno ci pensa. Chiaro che ognuno è libero di fare quello che vuole, ma è anche chiaro che tutti gli altri sono liberi di giudicarti un imbecille.
Non mi sento per niente tranquillo per la piega che sta prendendo la serata. Ma Bart lo sa, e mi dice di non preoccuparmi, Ai tuoi ragazzi starò attento io. E per riportarli fino a Nij Beets chiamerò un taxi, dando al tassista tutte le indicazioni per arrivare fino al B&B.
Dal che deduco che anche gli studenti diano per scontato - come già i colleghi olandesi mi hanno anticipato - che io non vada con loro in discoteca. Ho una crisi di coscienza. Che faccio, mi fido dei miei ragazzi e di questi, in fondo, sconosciuti, o m'imbarco in una serata che ha tutta l'aria di proseguire almeno fino alle cinque di mattina?
Con lo stomaco in subbuglio decido di seguire l'Olanda-Style: verso l'una, l'una e mezza li abbandono. Bart, come promesso, mi chiama un taxi e gli fornisce tutte le istruzioni necessarie. Dopo venti minuti di conversazione col tassista arrivo al B&B e mi preparo ad una notte insonne, in preda a visioni apocalittiche relative ai miei ragazzi e al mio futuro.
Neanche mezz'ora dopo rientrano due dei miei polli. Stufi della disco sono usciti in strada, ma Bart li ha seguiti e li ha ficcati su un taxi.
Un'ora dopo rientra il resto della banda.
Vado a letto sudato, ma molto, molto sollevato.
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UN PROVINCIALE IN OLANDA/10

Friday, 25 June 2010 9:11 P GMT+01
Nel corso di ‘sto benedetto giro per la Frisia facciamo conoscenza con almeno un paio di tipici giochi olandesi.
Il primo è il korfball.
La traduzione italiana è palla a cesto, e in effetti è simile alla pallacanestro. Ma con qualche differenza.
Prima di tutto le squadre sono miste, composte di ragazzi e ragazze. Si gioca all'aperto, sull'erba (e stasera c'è il solito freddo cane, ma qua pare che non se ne accorga nessuno). I canestri sono più alti che nel basket (a circa tre metri e mezzo) e non hanno il tabellone. Si può giocare anche intorno ai canestri. Non si può camminare con la palla in mano, che perciò va costantemente passata, e i giocatori sono sempre in movimento per liberarsi, visto che un giocatore marcato, pur in possesso della palla, non può tirare a canestro se il difensore alza le braccia davanti a lui.
Insomma, un gioco del menga.
I miei ragazzi provano a cimentarsi in qualche tiro libero, ma con scarso successo.
Mathais, che fra i ragazzi olandesi è considerato un campione di questo sport, ci spiega che è diffuso soprattutto in Olanda, Belgio e Danimarca, che sta prendendo in Scandinavia ma soprattutto in estremo oriente, fra Giappone e Cina.
I ragazzi hanno tutti un'espressione un po' sullo stile Estiqaatsi, e io non riesco a dar loro torto.
Ma è sabato sera, e così tocca tagliar corto col korfball, che c'è da andare al pub e poi in discoteca.
Visto che Kervin ci ha salutato (il fine settimana, com'è giusto, lo dedica alla famiglia) e che Hendrik il multitasker è stato sequestrato dalla moglie, veniamo affidati alle cure degli studenti olandesi, che si preoccupano di organizzare il nostro trasporto verso il centro di Drachten, dove lungo una specie di rambla in miniatura si trovano file e file di pub, disco, e tutto quel che serve a sollazzare l'olandese medio.
A me tocca la fortuna di essere accompagnato dalla signora Iolanda, madre di Mathais, visto che il padre non si stacca da Camerun-Danimarca.
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UN PROVINCIALE IN OLANDA/9

Friday, 25 June 2010 9:11 P GMT+01
Le vacche frisoni sono delle cornucopie.
Non contente di dare 9000 litri di latte l'anno, sono riuscite ad arrivare fino a 11.000 semplicemente stringendo un accordo con l'allevatore: tu ci aumenti le dimensioni degli spazi di stabulazione, ci fornisci quattro robot da centomila euro l'uno che ci mungano senza stressarci le mammelle, e noi in cambio inondiamo di latte la Frisia.
E così è stato, come ci racconta la padrona di questo allevamento modernissimo di cui il formaggio costituisce sì la ragion d'essere, ma che offre anche tanti altri punti d'interesse.
Ne elenco alcuni.
- La macchina che fa i massaggi alle mucche. Del tutto automatizzata, risponde all'avvicinarsi della vacca, che quando vuole essere grattata le si accosta, attraverso un sensore che rileva la presenza del chip attaccato alle orecchie della signora frisona, che si gira e si volta permettendo al robot di fare il suo lavoro. Come ci dice la signora, più che una farm, una beauty farm.
- La fila delle mucche ai robot della mungitura. Ciascun robot riconosce la vacca, sa esattamente quante volte è stata munta e quanti litri ha prodotto e ne conosce le misure, per cui si attacca ai capezzoli (dopo averli puliti con cura) con lentezza, delicatezza e precisione. Durante la mungitura un display rileva la quantità di latte munto e altre caratteristiche vitali della mucca. Finita l'operazione, la macchina si stacca e la mucca se ne va soddisfatta. Visto che vicino ai robot c'è anche del foraggio, capita talvolta che una vacca si metta in coda per la mungitura pur essendo già stata munta. Il robot la riconosce e fischiettando fa finta di niente. Se la vacca insiste, le assesta una bella scossetta elettrica che la convince a recarsi altrove.
- Il robot spazza-cacca. Passa tra le file delle mucche e lentamente raccatta quel che cade. I miei ragazzi sostengono che sia un robot extracomunitario, e non ha un gran bell'aspetto. Io non do loro retta, pensando a chi dovrà pulire il robot spazza-cacca (a meno che non ci sia un robot-pulisci-robot spazza-cacca, ma non potendosi dare regresso all'infinito ci sarà pur qualcuno dotato di pollice opponibile che dovrà prima o poi metter mano all'ardua faccenda).
- I misteri della riproduzione. Un torello viene stabulato accanto alla fila delle mucche; il fattore cerca di capire quale vacca gli interessi, e se l'interesse è ricambiato. In tal caso, la coppia viene avvicinata e il torello, eccitato, si lascia andare ad effusioni che comunque non arrivano alla meta, ma che permettono al fattore di raccoglierne lo sperma. Una volta sicuri che la vacca sia stata (artificialmente) ingravidata, i due vengono finalmente posti a contatto, e li si lascia divertire per qualche giorno. Inutile dire che si tratta dell'argomento che ha riscosso più interesse tra i miei studenti, che hanno perciò subissato di domande la cortese padrona, mandando in palla il povero Kervin cui è toccato tradurre dal Frysk all'inglese una serie di termini e di attività che non vengono usati di frequente nel corso dei rilievi topografici. Interessante anche sapere che dopo il parto la vacca gode di un permesso maternità di circa sei mesi, durante il quale è lasciata stare, non viene munta e fa un po' quel cazzo che le pare.
- Il siero per fare il formaggio puzza, ma puzza tanto!
- I formaggi olandesi sono buoni da paura. Qui, se ricordo bene, fanno del gouda, ma anche altri tipi di formaggio, fra i quali uno che loro considerano molto "italiano", essendo aromatizzato con olive, un po'di peperoncino e non so cos'altro. Dopo l'assaggio mi sento di garantire che pur avendo in Italia qualcosa di simile, varrebbe la pena di trovare ‘sta roba anche nei supermarket italiani. A chi interessasse, la signora cerca partner italiani interessati all'importazione.
- Chiedo alla signora se le dimensioni dell'azienda sono nella media. No, mi risponde, di solito le farm (per lo più a conduzione familiare) hanno tra le quindici e le venti mucche, mentre qui ce ne sono circa centoventi. Ma è anche vero che col lavoro di questa farm ci campano tre famiglie. Facendo un rapido conto, potete accorgervi subito che in realtà questa farm di famiglie ne potrebbe mantenere almeno cinque, e che quindi la signora, qui, tra vacche e formaggio non se la passa affatto male.

UN PROVINCIALE IN OLANDA/8

Wednesday, 23 June 2010 9:10 P GMT+01
Ma cosa caspita ci facciamo in mezzo a questa gente?!, mi chiedono i ragazzi, sempre più perplessi dall'imprevedibilità del programma.
Ecchenesò, rispondo, ora vediamo.
Kervin e Hendrich ci hanno portato da Grau ad un centro sportivo. Campi da calcio, ragazzini in completo da football, mamme e papà sciamanti in ogni dove.
Hendrick mi spiega che è la festa conclusiva della stagione di football. Questo è il centro in cui giocano i suoi figli e così, visto che lui deve tornare a lavorare ai campi di tennis e di calcetto, ci abbandona fino alle nove di stasera - dice - in mano a persone fidate e conosciute.
Prima di andare Hendrick ci presenta la moglie, i suoi due figli più grandi e un po' di gente, dopodiché - Bye Bye, dice, e se ne va. Perfino Kervin, dopo quasi un intero giorno trascorso al nostro servizio, si dilegua.
Non facciamo nemmeno in tempo a sentirci spaesati. Nel giro di due minuti veniamo tutti (ahimé, insegnante compreso) forniti di completo da calcio dell'Heerenveen, e i ragazzi iniziano a tirare calci ai palloni.
La sensazione è strana. Ci accorgiamo ben presto di essere al centro dell'attenzione (sono tutti curiosi di sapere chi sono questi italiani piombati nella Frisia profonda), ma il tutto viene fatto con una discrezione, una delicatezza assoluta. Questa gente anticipa le nostre richieste, ci fornisce le risposte di cui abbiamo bisogno e subito si ritira con un sorriso, per non sembrare troppo invadente.
Sarà solo alla fine della serata - dopo un barbecue devastante, una serie infinita di birre, un gran numero di conversazioni in stentatissimo inglese, una serie di assalti maschili alle mie due bimbe che sono invero piuttosto carine anche per gli standard olandesi e una telefonata di Hendrick che mi dice che deve continuare a lavorare, che non può venirci a prendere per portarci al B&B e che non mi devo preoccupare perché ha già detto a due suoi amici di provvedere -, sarà solo dopo questo tourbillon che verrò a sapere dal nostro autista che Hendrik si sta sfiancando proprio per il centro sportivo, che quei campi da tennis e da calcetto è a loro che sono destinati, e che il nostro tutor frisone è considerato in tutta la provincia una persona a dir poco preziosa e insostituibile. Il tutto contribuisce non poco a spiegarmi l'accoglienza che ci è stata riservata e la generosità con cui ci hanno foderato di proteine animali e di alcool.
Hendrik andrà avanti sui suoi campi da calcetto fino alle undici e mezza di notte, che tanto c'è ancora un po' chiaro, e alle cinque del giorno successivo, alla luce del primo sole, sarà ancora lì a finire il lavoro.
La mattina dopo, alla fabbrica di formaggio (sic!) ci accompagnerà Kervin, perché - dice - Hendrik è un po' stanchino.
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UN PROVINCIALE IN OLANDA/7

Wednesday, 23 June 2010 9:04 P GMT+01
Il programma della nostra permanenza a Drachten subisce continue variazioni. La colpa è di Hendrick, che è semplicemente pazzo.
Mi spiegano che questo frisone atletico e brizzolato Mangia molto, beve ancora di più, cazzeggia un casino ma lavora all'infinito, ed è un campione di multitasking, nel senso che si prende trenta impegni contemporaneamente (cosa di cui fa le spese il povero Kervin, al quale veniamo sovente abbandonati senza nessun preavviso).
Così, quando il pomeriggio del nostro secondo giorno andiamo a Grou (dopo aver trascorso la mattinata nello studio di un architetto a Dokkum), la scaletta della nostra visita impazzisce.
Infatti Hendrik è impegnato con alcuni studenti ed una specie di scavatrice a rimuovere due campi da tennis e un campo da calcetto, e poi dovrà ripulire completamente il fondo di ghiaietto. Il lavoro deve essere concluso entro oggi, al massimo l'indomani mattina (che è sabato), perché dopo la macchina non sarà più disponibile.
Giriamo per Grou con Kervin, che ci mostra il lago e soprattutto il pub sul lago, dopodiché lasciamo libere le mie bestie per una mezzoretta.
Kervin mi guida per le stradine, mi porta alla chiesa protestante e infine al supermarket, dove (dice) deve fare alcuni acquisti per Hendrik.
Compriamo acqua, Coca Cola e ovviamente birra, rossa.
Fuori dal supermarket mi accendo una sigaretta, visto che manca ancora almeno un quarto d'ora all'appuntamento coi miei ragazzi.
Kervin mi osserva indeciso, è evidentemente sulle spine. Oddio, penso, sta a vedere che ho fatto la mia cazzata e ho acceso la sigaretta in un posto dove è completamente forbidden! Invece, titubante e abbassando la voce, Kervin  mi chiede: Scusa, non è che me ne dai una?

Kervin è un fumatore, ma quando è con noi è al lavoro, e sul lavoro non si fuma. Così è da ormai ventiquattr'ore che il ragazzo si scarrozza in giro sette italiani, dei quali almeno cinque sfumazzanti, senza concedersi il lusso di un'unica, misera pausa-cicco.
Da questo momento una delle principali occupazioni mie e dei ragazzi sarà quella di costringere a fumare Kervin tutte le volte che non ci sono i suoi colleghi in giro.
Quando si dice uno scambio culturale.
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UN PROVINCIALE IN OLANDA/6

Tuesday, 22 June 2010 9:04 P GMT+01
Ora, non è che Drachten sia proprio un villaggio. È la seconda città della Frisia, dopo Leeuwarden, sede di uno dei principali stabilimenti della Philips e della Dunlop, e con una fabbrica di Heineken appena dietro l'angolo. Città moderna e industriale, insomma. Come dimensioni paragonabile a Piacenza, anche se un po' meno popolata.
Eppure mai mi è capitato, all'Esselunga di Piacenza, di vedere, come qui, coppie di mezz'età entrare a braccetto, con o senza carrello, vestite di tutto punto, lei alta bionda e bella, lui bello biondo e ancor più alto, ma con lui calzato di tutto punto, e lei invece scalza. A piedi nudi. E senza essere arrivati in automobile.
(Che me la vedo lei, indecisa su che scarpe indossare prima di uscire, guardare la scarpiera, snobbare scarpe di marca e sandali di grido e dire Uhm, no, oggi no, oggi esco scalza.)
Che va bene che oggi c'è un'occhiata di sole e la temperatura sarà perfino di quattordici, quindici gradi, ma l'entusiasmo mi pare eccessivo.
Stufo di aspettare entro nel supermarket per controllare i miei ragazzi.
Li trovo con una cassetta della Heineken, piena stipata di bottiglie da 66 cc e di superalcolici.
Usciamo dal supermercato con qualche birra, niente superalcolici e innumerevoli sacchetti di patatine. Kervin osserva e scuote la testa. Ma capisco che è me, che sta biasimando.
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UN PROVINCIALE IN OLANDA/5

Sunday, 20 June 2010 9:01 P GMT+01
Le ragazze hanno bisogno di fare una capatina al supermercato. Cose di donne, prof, mi dicono, come se in Italia non vendessero assorbenti e loro non potessero portarseli dietro. (Poi in realtà la Laura mi dirà di aver acquistato una crema di bellezza al cocco, che quando gliela vedrò addosso, tra il lusco e il brusco e controluce, a momenti mi farà pigliare un infarto per la paura.)
I ragazzi criticano e sfottono, ma poi si adeguano volentieri, intravvedendo la possibilità di fare scorta di alcoolici.
Kervin ci scarrozza per Drachten, e a un certo punto diventa più guardingo. Siamo entrati in una zona particolare, mi spiega, e mi invita a guardare bene la strada.
Guardo, e non vedo nulla di particolare, tranne che mi pare tutti vadano più lenti, e che alle rotonde e agli incroci siano più indecisi e guidino con maggiore attenzione.
In un momento di maggiore relax nella guida, Kervin mi spiega: Non hai visto? Non ci sono segnali stradali. E nemmeno segnaletica orizzontale. Guardo: è vero. Strada, incroci, rotonde, biciclette dappertutto, e neanche una palina, uno stop, un dare la precedenza.
E' un esperimento che dura da qualche anno. Drachten è la prima città al mondo ad aver affrontato il problema degli incidenti stradali adottando la logica esattamente contraria a quella solita: nessun controllo e nessun divieto, solo le regole del codice della strada e del buon senso.
Risultato: gli otto morti all'anno (un quantitativo per cui credo che qualunque municipio italiano metterebbe la firma, ma che con tutta evidenza qui costituiva un problema) si sono subito ridotti a zero. E continuano ad essere zero, almeno nella zona in cui l'esperimento è in corso.
Tutto in perfetto stile Holland. Se vuoi affrontare un problema, responsabilizza la gente, e dille che è libera di fare un po' come gli pare. Vedrai che invece di fare ciascuno i cazzi propri sarà invece maggiormente attento anche agli altri.
Purché il ciascuno e gli altri abbiano la testa di un frisone, mi permetto di chiosare. Kervin scoppia a ridere, e siamo arrivati al supermarket.
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UN PROVINCIALE IN OLANDA/4

Sunday, 20 June 2010 8:59 P GMT+01

Se in Italia avessimo delle seghe circolari nelle aule, cosa accadrebbe?
Qui alla Roc Friese Poort non esistono aule nel senso tradizionale, ma solo laboratori: la teoria viene spiegata mentre gli studenti sono al pezzo, e la pratica non è mai separata dalla spiegazione teorica.
Il risultato sono aule del tutto uguali alle nostre officine, falegnamerie o studi di architetto o di ingegnere. Solo più pulite.
Ora, finché si tratta di computer è un conto; ma se si parla di falegnameria o carpenteria il discorso cambia.
E per la sicurezza?, chiedo al collega che trovo nel laboratorio.
Lui mi mostra una serie di protocolli, che l’insegnante si premura di illustrare ad ogni studente appena iscritto alla Roc Friese.
Ok, dico, ma se ciononostante lui si facesse male? Di chi è la responsabilità?
Finché son minorenni, fifty-fifty, mi risponde. L’insegnante si deve preoccupare che tutte le istruzioni siano chiare e che la macchina sia in sicurezza. Ma poi son cazzi dello studente: se l’insegnante ha spiegato le norme e ha curato la macchina, è lo studente che deve stare attento.
Se poi lo studente (come in questa scuola capita spesso) è maggiorenne, la responsabilità è interamente sua.
Io ascolto, e penso al documento che ho firmato, e che mi consegna la totale responsabilità civile di quanto potrebbe capitare ai miei ragazzi, H24, nel corso di questi nove giorni.
Che poi in auto ne parlo con Kervin (chiamato “Personaggio” dai ragazzi, che non ne ricordano mai il nome), il nostro angelo custode – autista – balia asciutta di questi primi tre giorni di profonda Frisia, spiegandogli appunto la questione della responsabilità civile, e di come in Italia ci sia la convinzione che la famiglia debba affidare alla scuola i ragazzi in tutto e per tutto, perché la scuola ne curi anche l’educazione e ne salvaguardi la sicurezza.
Kervin (giovane insegnante trentaquattrenne, calmo, disponibile all’estremo e sempre misurato) basisce visibilmente, è perplesso, non se ne capacita.
Ma come, mi dice, non capisco: che senso avrebbe che uno studente andasse a scuola senza avere voglia di imparare? E che famiglia sarebbe una famiglia che delegasse l’educazione di suo figlio a un’agenzia che invece deve istruirlo? Tu, Leonardo – mi chiede –, se a scuola i tuoi figli combinassero incidenti invece di lavorare o stare attenti alle lezioni, con chi te la prenderesti, coi tuoi figli e con te stesso o con la scuola?!
Sorrido, gli rispondo, e gli racconto.

UN PROVINCIALE IN OLANDA/3

Sunday, 20 June 2010 8:52 P GMT+01
Girando per i laboratori della scuola Roc Friese Poort  di Drachten.
Computer in ogni aula e ad ogni banco (che se hai da imparare a progettare, il programma lo devi avere sempre sotto mano).
Nell'aula di design solo computer Apple.
Ogni tre anni viene rinnovato l'intero parco computer, perché sono ormai superati e perché essendo comunque usati in continuazione cominciano a presentare problemi.
I computer vengono comunque rivenduti, a cira sessanta euro l'uno.
Mi chiedono E da voi?
Mi vien da piangere.

UN PROVINCIALE IN OLANDA/2

Friday, 18 June 2010 8:48 P GMT+01
Due ore di treno tra Amsterdam e Heerenven.
Sette persone, bagagli per centocinquanta chili abbondanti.
Sette persone. Sei ragazzi scazzati, un insegnante assonnato, già stanco e spaesato, che con la poca lucidità che gli resta teme soltanto di sbagliare treno e di perdersi con i suoi studenti per le stazioncine della Frisia. Alla stazione di Schiphol chiedo a un ragazzo di colore se siamo sul binario giusto.
No, mi risponde, dovete andare di sopra.
Non gli credo. Voglio una conferma, e la voglio ufficiale. Cerco una divisa.
Trenta secondi più tardi rivolgo la stessa domanda a un controllore scrupoloso, che mi conferma che è il binario giusto.
Mi tranquillizzo.
Il treno parte con precisione assoluta. Siamo soli nel vagone. Con fatica issiamo i bagagli sugli appositi sostegni, ad altezza di olandese medio, noi che siamo alti come italiani nella media, e ci accasciamo sui sedili.
Non sono tranquillo. Orario alla mano, aspetto la prima fermata.
Amsterdam Zuid. Esatto. Mi rilasso.
E faccio male.
Appena dopo Duivendrecht passa la controllora. Guarda i biglietti e scuote la testa.
Cosa c'è che non va?
C'è che questo treno non va a Heerenveen.
(Sento il cuore che perde un battito.)
Almeno, non questo pezzo. Dobbiamo andare - mi sembra di capire - nelle carrozze di coda, perché a Zwolle il treno si divide, e solo la parte posteriore andrà a Heerenveen, mentre la parte anteriore si dirigerà a (lì per lì non ho capito dove, anche perché i miei studenti hanno subito ribattezzato "Sarkazzen" la sconosciuta località; che solo dopo capirò doversi identificare con una per niente misconosciuta Leeuwarden).
Ringrazio la controllora. Mobilito i ragazzi: scarichiamo il quintale e mezzo di bagagli dai sostegni e ci avviamo verso la coda del treno.
Quando non possiamo procedere più oltre ci fermiamo, e ri-issiamo i valigioni. Ci rimettiamo a sedere, qualche studente azzarda un commento a voce alta, ma gi altri passeggeri lo zittiscono: sui finestrini del vagone c'è scritto chiaramente S I L E N C E. Siamo finiti in una carrozza riservata a chi, senza sovrapprezzo alcuno, desidera non avere rotture di coglioni durante il viaggio.
Passiamo quasi un'ora di silenzio monacale, finché una nostra compagna di viaggio, accortasi non so come di quale fosse la nostra destinazione, conoscendo un poco di italiano e impietosita al pensiero del nostro destino, ci rivela che se fossimo rimasti seduti non saremmo mai arrivati ad Heerenveen: quello che credevamo essere l'ultimo vagone del treno era semplicemente l'ultima carrozza della prima parte del treno. Il pezzo che da Zwolle si sarebbe diretto verso Heerenveen stava al di là della porta ben serrata del falso vagone di coda.
Mentre il treno comincia a frenare entrando nella stazione di Zwolle sette italiani imbecilli battono ogni record di scaricamento bagagli dagli appositi sostegni, e centocinquanta chili e rotti di valigie vengono di nuovo avviati ad altra destinazione.
Scendiamo dal treno, risaliamo sul treno, ri-ri-issiamo il quintale e mezzo di roba su quel cazzo di sostegni, ci ributtiamo sui sedili, ormai tranquilli.
Il treno si infila fra i canali della Frisia, con sei studenti ormai addormentati e un insegnante angosciato e malfidente che fino a Heerenveen si ostina a controllare, orario alla mano, la veridicità di ogni singola fermata intermedia.

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UN PROVINCIALE IN OLANDA/1

Thursday, 17 June 2010 3:38 P GMT+01

Il cielo è azzurro come mai, in Italia, in questi giorni.
Ritaglio un momento di invocata solitudine fumando una sigaretta all’esterno dell’aeroporto di Schiphol. Biondi che vanno e vengono, fiumi di gente che entra e esce dalle enormi porte girevoli, poliziotti similmente enormi che controllano a passo lento il traffico umano.
Io qui nell’angolo, sudato, spettinato, sfatto dal viaggio, con una sigaretta fra le dita, costretto nella zona viziosi (l’unica zona sporca, la zona fumo, in mezzo a un lindore che offende gli occhi), mai mi sono sentito così extracomunitario.
Spengo il cicco e lo deposito con delicatezza e ostentazione nel contenitore apposito, rimetto in spalla lo zaino e riprendo a trascinare la valigia. Reinfilo la porta girevole diretto alla stazione ferroviaria, dando le spalle a quello che per me, a questa mano della partita, sarà per forza o per amore l’unico angolo di Amsterdam che potrò sentire davvero mio.

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UN PROVINCIALE IN OLANDA - PROLOGO

Thursday, 17 June 2010 3:38 P GMT+01

Ore 3.45 di notte, poco prima della partenza.
Mamma: Professore, mi raccomando, ma si rende conto della responsabilità?! Da solo, a mille chilometri da casa, con quattro ragazzi e queste due ragazze...
Io: Signora, mi ha convinto, riporti a casa sua figlia.

Ore 3.46.
Mamma: Mi raccomando queste due ragazze, che a pensarle là, in mezzo ai ragazzi macedoni...
Io (strabuzzando gli occhi): Ma signora, cosa cavolo sta dicendo, e come si permette?! E poi cosa crede, che i ragazzi olandesi disprezzino il genere?!
Mamma: No, ma mia figlia è bionda, e gli olandesi sono abituati.

MOTORI DI RICERCA

Tuesday, 25 May 2010 9:29 P GMT+01
Beh, beh, beh, andiamoci piano con l'uso del computer nella didattica.
Per quante ore avete intenzione di usare il netbook in aula?
No, perché prima di imparare a usare il motore di ricerca del computer, voglio che mio figlio impari a usare il suo, di motore di ricerca.
Cioè, dico, il cervello.
(Che poi, per carità, capisco bene la signora.
Ma a parte che semmai il pericolo che vedo è quello opposto, cioè che mio figlio si porti il netbook a scuola tutti i giorni, come richiesto dalla signora preside, e che poi finisca per usarlo una volta ogni morte di pontefice; a parte questo, dico, cara la mia signora, ma che cosa usa suo figlio quando decide di far girare il motore di ricerca del computer per trovare quel che più gli aggrada, per poi giudicarne la congruenza con gli scopi che si era proposto, per poi decidere cosa farne e in quale modalità utilizzarlo?
Si può sapere cosa diavolo usa, in quei casi, il suo figliolo?
I malleoli?)

DE SANCTIS

Friday, 21 May 2010 6:05 P GMT+01
Libreria Feltrinelli, interno giorno.
Due giovani sui vent'anni, un lui e una lei, sfogliano un manuale di letteratura.
Lei - Uh, La pioggia nel pineto! Questa la conosco, è di Pascoli! ... no, di D'Annunzio! ... di Carducci! ... Dio, come sono ignorante! [ride]
Lui [ride sfogliando l'indice, poi si fa di colpo serio] - ... aspetta un po': De Sanctis?! E che cazzo c'entra De Sanctis?!
Lei - Perché, chi è?
Lui -
È un arbitro, uno di quelli di Calciopoli. Cazzo c'entra qua in mezzo De Sanctis?
Lei - Boh.
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DI VERIFICHE E SORRISI

Friday, 23 April 2010 4:46 P GMT+01
Le mie due allieve musulmane hanno svolto la verifica e hanno preso un sei e mezzo e un sei più.
Contando che fra i battezzati son volati via dei tre e dei quattro, sono state fra le migliori (tra l'altro hanno ancora delle difficoltà con l'italiano, per cui alcune loro incomprensioni sono dovute più a problemi linguistici che a negligenza).
Oggi ne ho incontrata una nel corridoio, e quando le ho detto l'esito della verifica era contenta come una pasqua.
Ora, non so bene come dovrei sentirmi.
Devo temere una fatwa su di me e su di loro?
Devo aspettarmi di essere accusato di proselitismo?
Devo temere di aver forse contribuito a sradicarle da quelli che sono i loro valori e le loro credenze tradizionali?
O devo solo prendere atto che due studentesse, avendo liberamente chiesto di fare religione, dopo mille perplessità iniziali hanno provato a coinvolgersi nell'insegnamento e ne hanno ricavato conoscenze e nozioni che hanno mostrato di padroneggiare con più che sufficiente sicurezza?
Boh, non lo so. Per l'intanto, diciamo che mi basta godermi il ricordo del sorriso soddisfatto della mia allieva, un sorriso come di chi è contenta di non aver buttato via tempo e fatica.

PICCOLI UMARELL CRESCONO

Monday, 19 April 2010 3:58 P GMT+01
Le classi in cui non fai nemmeno a tempo a entrare che già in quattro o cinque ti chiedono tutti insieme di poter andare al cesso, e tu li inviti ad andare a posto e dici che sì, ci mancherebbe, ora li fai uscire, ma uno alla volta, e quando dici con uno Dai, vai pure c'è sempre quello che s'incazza e salta su dicendo Eh no, prof, è un'ingiustizia, c'ero prima io, l'avevo chiesto prima io!, convinto che tu gli abbia fatto un torto e sospettando chissà quale favoritismo, incazzandosi ancora di più quando tu gli riveli che no, nel cervello non hai un display eliminacode.
Gli umarell di domani. Quelli che faranno la fila alle poste inveendo contro gli impiegati pubblici e il governo. Gli indignati di domani, quelli che si abituano a sbraitare e a sparare giudizi come se avessero sempre la vescica  piena, con la stessa urgenza, la stessa disposizione all'empatia e al comprendere il bisogno dell'altro, lo stesso equilibrio e razionalità.

C'È SCRITTO SU FACEBOOK!

Monday, 19 April 2010 2:55 P GMT+01
C'è scritto su Facebook!
Lo dicono sempre più spesso, i miei ragazzi, a scuola, come una volta (sembrano passati secoli) dicevano L'ha detto la televisione!
Con la differenza che la Tv un criterio di giudizio in qualche modo lo faceva passare, non fosse altro che il criterio di chi la Tv possiede e controlla (lo Stato, Berlusconi, il partito, la FIAT, non importa). E quindi c'era la possibilità di discutere, di opporsi, di argomentare. Senza contare che c'era almeno la possibilità di cambiare canale.
Facebook invece non fa passare un bel niente. I miei studenti prendono l'informazione così come gli arriva, non si pongono alcun problema di verificarla o meno (non esiste per loro un Facebook alternativo su cui "cambiare canale" per provare a incrociare le informazioni), e così me la riportano a scuola tale e quale, senza che sia possibile nemmeno imputarla a chi Facebook possiede o controlla (qualcuno possiede o controlla Facebook nel senso in cui il presdelcons possiede o controlla Mediaset?).
L'informazione dei miei ragazzi è il regno del si dice. È la leggenda metropolitana e il me l'ha detto mio cuggino eretti ad unica possibile fonte di conoscenza alternativa alla già svalutata conoscenza scolastica.
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IL VENETO CONFINA A NORD CON L'AUSTRIA, A OVEST, SUD E EST...

Monday, 29 March 2010 4:16 P GMT+01

Oh, mi distraggo un attimo e vengo twitterato su Spinoza.

 Mi ha telefonato mio cugino da Padova. Dice che ha dovuto fare lo 0039.

(Grazie a Stark.)

"LO SO, È STUPIDO..."

Sunday, 28 March 2010 11:37 P GMT+01
Allora.
Ho rivisto persone che non vedevo da anni.
Ho rivisto amici con i quali mi conosco da più trent'anni, e ogni volta è come se fossimo fratelli.
Per un mese ci siamo trovati, abbiamo faticato, abbiamo riso, abbiamo fumato, abbiamo parlato, abbiamo ascoltato, pregato e, sì, anche cantato.
Alla fine, a Dio piacendo, pare sia andato tutto bene.
La Sala dei Teatini piena di gente. Alcuni non hanno trovato da sedersi e si sono messi in fondo. Pare che solo Riccardo Muti sia riuscito a riempirla di più.
La raccolta di fondi per Haiti, che poi era la ragione di tutto l'ambaradan, è andata bene pure quella (per quanto, certo, sia una goccia nel mare).
Mio figlio che, alla fine di tutto, mi fa: Però, è strano. Io non so nemmeno il nome delle persone che erano con te nel coro, ma a vedere le prove, a sentirvi cantare, non so perché, sarà stupido, ma mi sembrava di essere anch'io loro amico, era come se ci fosse qualcosa di bello, di vero... Lo so, è stupido.

 

 No, figlio mio, non è stupido.

GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

Sunday, 21 March 2010 1:08 P GMT+01
                                           
                                          DOOMSDAY
 
Accadrà quando suonerà la tromba, come scrive San Giovanni Teologo.
E' accaduto nel 1757, stando alla testimonianza di Swedenborg .
Accadde in Israele quando la lupa inchiodò alla croce la carne di Cristo, ma non solo allora.
Avviene in ogni battito del tuo sangue.
Non c'è istante che non possa essere il cratere dell'Inferno.
Non c'è istante che non possa essere l'acqua del Paradiso.
Non c'è istante che non sia carico come un'arma.
In ogni istante puoi essere Caino, o Siddharta, la maschera o il volto.
In ogni istante può confessarti il suo amore Elena di Troia.
In ogni istante il gallo può aver cantato tre volte.
In ogni istante la clessidra lascia cadere l'ultima goccia.
 
(J.L. Borges, da I Congiurati)

IL RECENSIVENDOLO. DIOBLÙ - RISPOSTA A PAOLO COLAGRANDE (che ringrazio, ça va!)

Monday, 8 March 2010 12:57 A GMT+01
(In risposta al commento di Paolo Colagrande al post precedente)

Paolo, cosa dire? Grazie, prima di tutto. Non sono un recensore o un letterato, sono un povero insegnante a cui piace leggere e che a tempo perso e per suo grande divertimento tiene un blog seguito da quattro gatti. E trovare di colpo il commento ad una propria misera riflessione buttata lì a proposito della propria ultima lettura, da parte dell'autore di quella stessa lettura, beh, capisci che mi fa più che contento, ma mentirei se non dicessi che mi mette un filino in crisi, per un senso di manifesta inadeguatezza. Comunque.
Le osservazioni che faccio nel post non sono tanto sul romanzo, quanto sulla mia lettura del tuo romanzo, sull'effetto che la lettura del tuo romanzo ha avuto su di me.
Il soffocamento, innanzitutto. Come spiegavo nel post, è un problema tutto mio, e nasce semplicemente dalla distanza fra le aspettative che il tuo romanzo mi dà e quel che invece concede. Seguo la storia di Dioblù, le sue disavventure, il suo peregrinare, il sorgere del delirio dell'autopompa Titania, e mi chiedo a cosa porterà tutto ciò, quale sia la gran cosa che ne deriverà, quale sia il destino di salvazione cui il ragazzo è destinato. E invece niente. Dioblù, semplicemente, vive. E visto che tu non hai voluto fare il Manzoni o il Tolstoj, e non fingi di essere Dio per spiegare a me lettore per filo e per segno anche quello che per la testa di Dioblù non poteva passare, ma mi dai solo di osservare Dioblù che pensa, che dice e che fa, ecco, a me resta il desiderio che la storia prenda il volo, voglio sapere, voglio capire, voglio anticipare. E tu non me lo rendi possibile, e io soffoco, perché non posso fare quel che vorrei io, ma devo seguire i tempi tuoi e di Dioblù, e non posso vedere l'intero della storia, ma sempre e solo quel che gli occhi di Dioblù e la sua prospettiva variamente limitata mi concedono.
Quanto a Piacenza, beh, non so che farci. Lo so, lo so bene, che non parli di Piacenza, e so quanto tu abbia rifiutato di identificare Piacenza con la città in cui hai ambientato Fìdeg. Ma ti ripeto, non so che farci. Quando dico che nel tuo libro io ritrovo "l'atmosfera delle strade della mia città e dei paesi della campagna emiliana di quand'ero ragazzo, di trent'anni fa"; quando sostengo che "quel linguaggio a metà fra il dialetto e il letterario, quei ragionamenti tutto buon senso e niente dimostrazioni, quelle parole che in piacentino, o anche in italiano, ma dette a un piacentino, hanno un senso pregnante, ma che messe così su un libro finiscono, son certo, per risultare stranianti a tutto il resto d'Italia"; quando dico che "tutto questo crea un clima che, almeno a me, coinvolge e invischia", quando dico così, dico quel che trovo io, nel tuo romanzo, e non penso proprio di rivelare una tua intenzione. È al di là della tua volontà. È la tua lingua, è l'uso che fai dell'italiano che mi ci porta. Qualche esempio.
L'uso di sostantivi come la gassa che Dioblù indossa per andare a scuola; o la paletta che il Cosacco tira al Cannibale di punta sotto la rotella; un aggettivo come materiale riferito a persone; modi di dire come era un pesce; locuzioni ripetute come "è sempre lo stesso discorso", "Va be' lasciam stare", "faceva mostra di niente", "a continuar il magro andiamo di tutti i giorni", "Son cose da non credere alle volte", "esco di casa, neanche dieci passi guardo distrattamente il muro", "non sai se ti ascolta non ti ascolta" - e potrei continuare per un bel po' -, ecco, questo uso della lingua mi riesce molto familiare. Eppure, ne converrai, non è molto frequente in altri romanzieri, tanto meno nelle traduzioni italiane di opere straniere. Da dove quindi mi viene la familiarità? Per me è semplice: mentre leggevo Fìdeg, Kammerspiel e Dioblù non potevo fare a meno di sentire nelle orecchie la voce e perfino la cadenza dei miei compagni di scuola, delle persone di via san Giacomino e del quartiere Ciano, o di mio suocero, nativo di Travo ma vissuto per una vita fra via Maddalena e via Taverna, tutte persone che con me non parlavano in dialetto, ma in un italiano quasi identico a quello dei tuoi libri, come traducendo all'impronta vocaboli e modi di dire dialettali in un italiano in fondo corretto, ma spesso sintatticamente approssimativo, se giudicato col metro del moralismo scolastico.
Tu, mi dici, non ti senti piacentino, e non riconosci a Piacenza le caratteristiche che hanno costituito quella mitologia che ha plasmato il tuo modo di vedere e quindi di raccontare le cose. E com'è ovvio nessuno su questo può contestarti, tantomeno io, che - tra l'altro - son piacentino per modo di dire, nato a Piacenza ma figlio di una siciliana e di un romano. Ma forse proprio per questo ho potuto osservare Piacenza e i Piacentini da semiforestiero, muovendomi nel suo clima e nel loro linguaggio non come un pesce nell'acqua, ma come una bestia strana costretta a prendere lentamente coscienza dei contorni e delle caratteristiche dell'ambiente in cui era nato, in un continuo confronto con la lingua, la mentalità e la cultura che mi veniva contemporaneamente trasmessa fra le mura di casa. E uno degli esiti di questo confronto e di questo lento apprendimento è questo mio trovar familiare il clima dei tuoi romanzi. Te l'ho detto, non so che farci: per me è un dato di fatto, in fondo neanche tanto strano (con tutte le differenze possibili e immaginabili l'Emilia è Emilia un po' dappertutto, e per quanto i dialetti siano vari e diversi, esiste comunque una cifra comune che fa sì, secondo me, che nella trasposizione in italiano un po' tutta la parlata emiliana finisca per assomigliarsi, a livello di costruzione sintattica e di frasi idiomatiche). Quel che ti posso assicurare è che nel mio trovare in Dioblù l'atmosfera delle strade della mia città e dei paesi della campagna emiliana di quand'ero ragazzo non c'è alcuna "urgenza di certificazione delle radici": per quel che ne so, le mie radici sono tutte a Calatafimi, nel trapanese, e da un lato nei tuoi romanzi trovo ben poco dell'atmosfera sicula, dall'altro ho sempre riso come un matto di fronte alla pretesa di iscrivere all'anagrafe di via Beverora o a quella bettolese Cristoforo Colombo.
Ti ringrazio ancora, per l'attenzione che hai rivolto alle mie righe e - ovvio - per i libri che hai scritto e il tempo che ho trascorso in loro compagnia. Aspetto di vederti per una birra in centro, per far due chiacchiere di quel che vuoi, o per star zitti e guardar passare la gente che vive benino e comoda in questo ubertoso borgo (che non è detto sia lo stesso di Fìdeg, sia chiaro). Un abbraccio e, spero, a risentirci.

IL RECENSIVENDOLO. DIOBLÙ

Sunday, 7 March 2010 12:21 P GMT+01
Ho fatto fatica a finire Dioblù. Ho fatto fatica, perché a ogni pagina mi cresceva il senso di oppressione e di soffocamento. Ma questa è una questione personale, eh. Il problema sono io, più che Colagrande. Ma cerco di spiegarmi in breve.
Ci provo così: il romanzo non riesce a raccontare una storia, con un capo e una coda. Non può, perché l'io narrante non è l'autore, ma il protagonista. E il protagonista ha dei limiti, non per colpa sua. Per cui la visione della realtà che ci viene trasmessa è piuttosto asfittica, fatta com'è delle impressioni e delle fantasie e dei desideri di un ragazzetto folle.
Perciò si fatica a tener dietro a una storia, perché da un lato c'è la nostra esigenza di logica, di causalità, di comprensione che urge; dall'altro c'è la bravura di Colagrande nel perseguire una logica "altra", priva di nessi causa-effetto, del tutto immaginifica e allucinatoria.
Da qui, almeno per me, il senso di soffocamento, come di chi si sente costretto in una camicia di forza, e si aspetta di momento in momento di esser liberato e di poter così riprendere a respirare a pieni polmoni. Ma passano le pagine, e quel momento non viene mai.
Quindi, non una storia, ma un'atmosfera. Quella sì, che c'è, bella netta e precisa. L'atmosfera delle strade della mia città e dei paesi della campagna emiliana di quand'ero ragazzo, di trent'anni fa. Quel linguaggio a metà fra il dialetto e il letterario, quei ragionamenti tutto buon senso e niente dimostrazioni, quelle parole che in piacentino, o anche in italiano, ma dette a un piacentino, hanno un senso pregnante, ma che messe così su un libro finiscono, son certo, per risultare stranianti a tutto il resto d'Italia - tutto questo crea un clima che, almeno a me, coinvolge e invischia.
In breve: rispetto ai primi due romanzi, in cui la lettura era accompagnata da ghignate e da goduria, questo è tutt'un'altra cosa. Qui Colagrande ha provato per la prima volta a fare il grande passo, a far letteratura. Lo strumento linguistico ormai ce l‘ha chiaro e lo possiede bene. Il risultato, per me, è abbastanza buono, ma dal ragazzo mi aspetto ancora di più. À la prochaine.

MARIO

Wednesday, 3 March 2010 7:12 P GMT+01
Mario è alto un metro e ottantacinque, credo. Non lo so con esattezza, ma in ogni caso mi potrebbe mangiare comodamente in testa. Fa rugby, gioca in serie A, e quindi aggiunge all'altezza una stazza non indifferente.
Mario fa la quinta, e sono tre anni che ce l'ho in classe. Abbiamo avuto spesso da dire. Lui è uno di quegli studenti che non ci stanno, che quando una cosa non gli torna, quando non riescono ad afferrarla, si dicono certi che a sbagliare sei tu. Per struttura incapaci di mettersi in discussione, chiudono qualsiasi scambio di opinioni trincerandosi dietro al classico "Beh insomma prof, io la penso così." Punto, chiuso.
Più volte ho visto piangere le sue compagne di classe, umiliate dal suo atteggiamento strafottente e apertamente misogino. In realtà Mario non ce l'ha in modo particolare con le donne. Si diverte a stuzzicarle, a prenderle in giro, a mettere a nudo le loro inevitabili debolezze (non ci vuol molto, han diciott'anni anche loro) e a picchiarvi sopra come un fabbro. Ma se fa loro del male, non lo fa con intenzione. E infatti se ne stupisce, trasecola, si schermisce, e le manda a cagare una volta di più.
No, Mario ce l‘ha molto di più con gli stranieri. Con gli extranegri, in particolare coi musulmani, e ora che sto spiegando loro cos'è l'islam passa il tempo a scuotere il testone e a dire "Ma pensa te! Son mica normali!"
Eppure oggi, al primo incontro in preparazione del viaggio a Mauthausen, Mario si mostra timido. Nell'auditorium fa un caldo boia, e lui, che ha appena mangiato due etti di carbonara, ha una sete infernale. Ma non osa alzarsi per andare a prender da bere, mi guarda, mi chiede "Prof, ma potrò?" "Mario, ma sei scemo?! Vai!" Finché riesco a farlo alzare quasi per forza, e il gigante esce dalla sala facendosi piccolo piccolo per non disturbare, e torna schivando sedie e persone con un'attenzione che non gli conoscevo.
Poi viene scelto per leggere la testimonianza di un deportato piacentino. E lui (che ha una voce da orco, un basso che tuona) ha paura, si schermisce. Ma è orgoglioso, per cui accetta, si mette in tasca la paura e va a leggere, e pur leggendo bene legge in fretta, per far durare la tortura il meno possibile.
Insomma, qual è il vero Mario? Boh. Pochi giorni fa ho saputo che fa volontariato, da anni. Una, due volte la settimana va a prendere un tetraplegico del suo paese e se lo scarrozza in giro, ciucciandoselo per tutto il pomeriggio. Conosco il tizio, so quanto possa essere rompiscatole e quanto poco gratificante sia un impegno simile. Mario non me l'ha mai detto, e non sa che io so, e nemmeno i compagni ne sono a conoscenza.
Alla fine dell'incontro lo guardo allontanarsi, sotto l'acqua, con i suoi tre compagni. E penso quanto sia strano questo mondo, dove occorre fare gli ipocriti alla rovescia, mostrandosi stronzi per essere graditi, e nascondendo la propria tenerezza per la paura di scoprirsi inadeguati.